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Camoscio, stambecco o muflone? Riconoscere gli ungulati di montagna sulla fototrappola

Confronto in habitat alpino tra tre bovidi di montagna: un camoscio con corna nere a uncino e mascherina, uno stambecco maschio con corna arcuate e nodose, e un muflone maschio con corna a spirale e sella chiara sul fianco

Una fototrappola piazzata su un valico roccioso, un sentiero di cresta o il margine di una faggeta d'alta quota prima o poi inquadra la stessa scena: un ungulato con le corna, di profilo o di tre quarti, fermo su una placca di roccia o intento a brucare. E subito arriva la domanda — camoscio, stambecco o muflone? Sono i tre bovidi selvatici delle montagne italiane, condividono spesso gli stessi versanti, e a un occhio non allenato, su un fotogramma non perfetto, possono somigliarsi più di quanto ci si aspetti.

La buona notizia è che si distinguono bene, e quasi sempre basta partire da un carattere: le corna. Sono corna vere — permanenti, cave, di sostanza cornea su un supporto osseo — non i palchi di osso che cervo e capriolo perdono e rifanno ogni anno. Il maschio dello stambecco le porta grandi, arcuate all'indietro, con evidenti nodosità frontali; il camoscio, maschio e femmina, ha piccole corna nere a forma di uncino; il muflone, di regola solo il maschio, le avvolge a spirale fino quasi a chiudersi verso il collo. Tre disegni diversi, leggibili anche a distanza.

Il problema è che un fotogramma non è una tavola da manuale. L'animale è di spalle, in controluce, coperto dall'erba alta, o la scena è notturna e in bianco e nero: proprio le condizioni in cui il colore del mantello — l'indizio che le guide mettono per primo — conta di meno. Questo articolo prende la cosa dal lato giusto per chi legge una fototrappola: quali caratteri reggono su uno scatto imperfetto (la forma delle corna, la sagoma, il dimorfismo, il disegno del muso, la quota) e quali invece ingannano. E, lungo la strada, racconta perché due di questi tre animali — lo stambecco e il camoscio appenninico — sono tra le storie di conservazione più importanti d'Europa.

Le corna: il modo più rapido per non sbagliare

Se c'è un carattere da imparare prima di tutti, sono le corna — perché ci sono sempre (almeno nei maschi), non cadono mai, e disegnano tre profili inconfondibili. Conviene però chiarire un equivoco di partenza: camoscio, stambecco e muflone hanno corna, non palchi. Le corna sono appendici permanenti, un astuccio di cheratina che riveste una sporgenza dell'osso frontale, e crescono per tutta la vita; i palchi di cervo e capriolo sono invece osso vero, esclusivo dei maschi, che cade e ricresce ogni anno sotto il controllo degli ormoni. Chi trova sul fotogramma un ungulato con «corna» ramificate sta guardando un cervide (cervo, daino, capriolo), non uno dei tre bovidi di questo articolo.

Chiarito questo, i tre disegni. Lo stambecco maschio porta corna grandi, robuste, arcuate all'indietro come due scimitarre, che possono superare il metro di lunghezza; sulla faccia anteriore mostrano grossi rilievi trasversali — i «nodi» — alti fino a 20 mm, da non confondere con i sottili anelli di accrescimento annuale ben visibili sul retro. Sono queste nodosità, insieme alla curva ampia e alla mole, a rendere lo stambecco maschio il più facile dei tre da riconoscere anche in una foto mediocre.

Il camoscio sta all'estremo opposto: corna piccole, nere, sottili, che salgono quasi dritte e poi si ripiegano di scatto a formare un uncino. Gli anelli di crescita ci sono ma si vedono molto meno, e la cosa importante per il riconoscimento è che le portano entrambi i sessi, con forma quasi identica. Un camoscio non si riconosce dalla taglia delle corna — perché maschio e femmina le hanno simili — ma dalla loro forma a gancio, unica tra i tre.

Lo stambecco si riconosce dalla grandezza delle corna, il camoscio dalla loro forma a uncino, il muflone dalla spirale: tre disegni, non tre sfumature.

Il muflone, infine, è quello che porta le corna «arrotolate». Nel maschio si sviluppano a spirale, larghe alla base e rivolte all'indietro, tanto da chiudere il cerchio fino quasi all'altezza del collo; possono raggiungere gli 80-90 cm. Qui però scatta la trappola principale del riconoscimento: nel muflone le corna sono di norma solo del maschio. La femmina ne è priva o le ha piccolissime — e proprio questa asimmetria, come vedremo, è il carattere che più spesso porta a sbagliare il sesso dell'animale.

Maschio o femmina? Il dimorfismo che aiuta (e quello che inganna)

Capire se un animale è maschio o femmina non è un dettaglio da collezionisti: nei tre bovidi di montagna il grado di dimorfismo sessuale è così diverso da diventare esso stesso un criterio di specie. In altre parole, quanto un maschio e una femmina si somigliano dice già molto su quale animale si sta guardando.

Lo stambecco è fortemente dimorfico. Il maschio adulto è una capra imponente: 70-110 kg contro i 35-60 kg della femmina, con corna che superano il metro contro i 20-30 cm, lisce e senza nodosità, di lei. La fonte del Parco Nazionale Gran Paradiso, casa madre della specie, quantifica la differenza: maschi in media sui 90 kg per 160 cm di lunghezza, con corna fino a 92 cm; femmine 35-49 kg per 135 cm, con corna intorno ai 34 cm. Davanti a un branco misto, insomma, chi è chi si legge a colpo d'occhio.

Il camoscio è il rovescio esatto. Le differenze tra i sessi sono «meno evidenti rispetto a gran parte degli altri ungulati», con pesi medi degli adulti vicinissimi — nelle statistiche piemontesi, 20 kg le femmine e 27 kg i maschi. C'è di più: il dimorfismo del camoscio è anche stagionale. Nel periodo degli amori il divario di peso tra i sessi sale al 30-40%, ma in primavera crolla a circa il 4%. Tradotto per la fototrappola: un camoscio spesso non si può sessare dal solo fotogramma, e cercare di farlo dalla taglia è un errore. Maschi e femmine portano lo stesso uncino nero sulla testa, e fuori dalla stagione riproduttiva hanno quasi la stessa mole.

Nel camoscio, fuori dagli amori, maschio e femmina pesano quasi uguale: è una specie che il singolo scatto raramente permette di sessare.

Il muflone è di nuovo marcatamente dimorfico, ma con un tranello. Il maschio è più massiccio, con collo e torace robusti, la «sella» chiara sul fianco e la criniera invernale; la femmina è più esile e, soprattutto, di regola senza corna. Il carattere sembra facile — corna sì, corna no — se non fosse che un giovane maschio, con le corna ancora corte, «a distanza può essere confuso con femmine munite di corna», avverte il manuale di selecontrollo. E le femmine cornute esistono: in Corsica sono circa il 60% della popolazione, in Sardegna il fenomeno è raro. Con il muflone, quindi, la regola è prudenza: la spirale piena e il corpo massiccio fanno il maschio adulto, ma un animale con cornetti corti va valutato con attenzione, non chiuso in fretta come «femmina».

Primo piano di un camoscio con la mascherina bianca e nera sul muso e le piccole corna nere a forma di uncino

Corpo, mantello e maschera: leggere la sagoma quando le corna non bastano

Non tutti i fotogrammi regalano un bel profilo delle corna. L'animale è di faccia, la testa è coperta, oppure — caso frequentissimo — è uno scatto notturno, sgranato, in cui il colore del pelo non si apprezza. Qui bisogna saper leggere la sagoma e i disegni di contrasto, che reggono molto meglio del colore.

Il camoscio è, da questo punto di vista, il più fortunato: ha una «carta d'identità» stampata sul muso. La gola, le guance inferiori e la parte alta del muso restano bianche in tutte le stagioni, attraversate da due bande nere che vanno dagli occhi alle orecchie — la classica «mascherina» — e lungo il dorso corre una riga scura ben marcata. È un disegno in bianco e nero, di puro contrasto: proprio il tipo di carattere che sopravvive a uno scatto notturno o poco luminoso, quando invece la tinta bruno-chiara estiva o quella scura invernale del mantello diventa illeggibile. La corporatura completa il quadro: il camoscio è compatto e agile, alto circa 75 cm al garrese per 130 cm di lunghezza e 25-50 kg di peso.

Lo stambecco ha una silhouette da capra pesante: corpo tozzo e muscoloso, zampe robuste, mantello piuttosto uniforme che vira dal beige estivo al bruno scuro invernale, senza mascherina. Su un fotogramma è la mole, insieme alle corna, a tradirlo — un maschio adulto è semplicemente troppo grande e massiccio per essere un camoscio. Un dettaglio comportamentale utile: lo stambecco è ghiotto di sale e non è raro sorprenderlo a leccare rocce, muri e cemento in quota, il che spiega perché una fototrappola piazzata vicino a un affioramento salino o a una vecchia caserma abbia buone probabilità di riprenderlo.

Il muflone non somiglia agli altri due: è, in tutto e per tutto, una pecora selvatica dall'aria atletica. Corpo compatto, pelo corto e ruvido bruno-rossastro, ventre, parte interna delle zampe e specchio anale bianchi. Il maschio adulto aggiunge due segni preziosi: la «sella», una macchia bianca sul fianco che compare intorno al terzo anno di vita ed è più evidente col mantello invernale scuro, e una folta criniera scura su collo e petto. La femmina è più chiara, uniforme e priva di questi segni. Se sul fotogramma compare quella che sembra una pecora robusta con lo specchio bianco e una sella chiara sul fianco, è un muflone maschio.

Su uno scatto notturno il colore del pelo scompare quasi sempre: quello che resta è la forma delle corna, la mole e i disegni di contrasto — la mascherina del camoscio, la sella del muflone.

Un'ultima avvertenza onesta sul colore. Le guide separano le tre specie anche per tinta del mantello, e alla luce del giorno funziona; ma su una fototrappola — controluce, distanza, grana, e di notte l'immagine in scala di grigi — il colore è il carattere meno affidabile. Conviene fondare il riconoscimento su ciò che è geometrico (profilo delle corna, proporzioni, disegni bianco-nero) e usare la tinta solo come conferma su una foto diurna e nitida.

Dove punta la fototrappola: quota e habitat come indizio

Prima ancora di guardare l'animale, il luogo in cui è piazzata la fototrappola restringe il campo. I tre bovidi non usano la montagna allo stesso modo, e conoscere le loro preferenze aiuta sia a scegliere dove mettere la macchina sia a fare una prima ipotesi di specie.

Lo stambecco è un animale d'alta quota, quello che gli studiosi chiamano un «glacier follower»: legato agli ambienti aperti, rocciosi e aridi sopra il limite del bosco. In estate frequenta quote tra i 2.300 e i 3.200 m, in inverno scende tra i 1.600 e i 2.800 m, preferendo i versanti esposti a sud dove la neve si scioglie prima. È anche mal adattato alla neve, tradendo la sua origine di specie dei climi secchi. Una fototrappola a quote elevate, su placche e praterie rocciose ben esposte, è terreno da stambecco.

Il camoscio è invece un «rock follower»: gli serve la roccia, non necessariamente la quota. Il suo areale va tipicamente dai 1.000 ai 3.500 m, ma in estate sale oltre i 4.000 e, dove è tranquillo, scende dentro i boschi e persino a quote insolitamente basse — in Val di Susa esiste una comunità stabile sotto i 400 m. È anzi «più adattabile di quanto finora ritenuto», e sempre più spesso compare in ambienti boscati di bassa quota purché ci siano pareti rocciose vicine. Un camoscio, insomma, può finire nell'inquadratura molto più in basso di uno stambecco.

Il muflone sta più in basso di entrambi. Predilige la collina e la bassa montagna — sul continente si è adattato ai boschi tra i 700 e i 1.000 m — tra pascoli e affioramenti rocciosi, e nelle isole d'origine arriva fino al livello del mare. C'è poi un dettaglio decisivo per chi legge scatti notturni: in estate il muflone è «prevalentemente notturno e crepuscolare», mentre d'inverno torna diurno. Se una fototrappola di bassa-media quota, magari ai margini di un bosco, riprende d'estate e di notte una «pecora» con lo specchio bianco, il muflone è il primo sospettato.

E il camoscio appenninico? Sui massicci appenninici il camoscio non è quello alpino, ma il congenere endemico Rupicapra pyrenaica ornata. Morfologicamente, su un fotogramma, i due camosci si somigliano moltissimo — stesse corna a uncino, stessa mascherina — e a separarli è soprattutto la geografia: Alpi da un lato, Appennino centrale dall'altro. L'appenninico, per giunta, frequenta quote inferiori rispetto allo stambecco, con le femmine e i giovani sulle praterie estive tra 1.200 e 1.700 m e i ritiri invernali tra 1.000 e 1.300 m.

Prima di guardare l'animale, guardare il luogo: alta quota rocciosa suggerisce lo stambecco, il fondovalle boscato il muflone, e il camoscio sta comodo quasi ovunque ci sia roccia.

Lo stambecco: il ritorno del re delle Alpi

Uno stambecco maschio con corna arcuate lunghe oltre un metro e evidenti nodosità trasversali sul bordo anteriore, su una cresta rocciosa

Vale la pena fermarsi su questo animale, perché lo stambecco che oggi finisce con relativa facilità nei fotogrammi alpini è, in senso letterale, un sopravvissuto. Nell'Ottocento la caccia lo aveva portato all'orlo dell'estinzione: alla metà del secolo restava un unico nucleo — poco più di un centinaio di esemplari — nell'area dell'attuale Parco Nazionale del Gran Paradiso. Da quei pochi capi discendono tutti gli stambecchi delle Alpi.

La svolta arrivò da una passione contraddittoria. Nel 1856 il re Vittorio Emanuele II dichiarò quelle montagne Riserva Reale di Caccia, salvando di fatto la specie dall'estinzione riservandone il prelievo a sé. Nel 1922, quando la riserva fu donata allo Stato, nacque su quei versanti il Parco Nazionale del Gran Paradiso, il primo parco nazionale italiano. La ripresa non fu lineare: durante la Seconda guerra mondiale la popolazione precipitò ai soli 416 capi del 1945, prima di risollevarsi grazie alla protezione. Da allora la crescita è stata costante: reintroduzione dopo reintroduzione, lo stambecco ha ricolonizzato buona parte dell'arco alpino.

La ricolonizzazione fu anche una piccola epopea transfrontaliera. La Svizzera, che aveva abbattuto il suo ultimo stambecco nel 1809, non riuscì a ottenerne esemplari per vie ufficiali dall'Italia: così, tra il 1906 e il 1933, ben 59 capretti furono contrabbandati dalla Val d'Aosta verso San Gallo, dando origine alle colonie svizzere e alla prima liberazione nel Parco Nazionale Svizzero nel 1920. Un dettaglio quasi comico chiude il cerchio con la biologia dell'animale: per evitare che gli stambecchi svizzeri tornassero in Italia, i guardaparco allestirono lecce di sale artificiali — la stessa golosità che rende lo stambecco un cliente affidabile di ogni affioramento salino.

Oggi il quadro è ben diverso. Sull'arco alpino si contano circa 47.000-50.000 stambecchi, di cui intorno ai 15.600-16.270 in Italia (censimento ISPRA 2010-2012), distribuiti in una sessantina di colonie. La ricerca genetica sottolinea però la fragilità nascosta dietro il successo numerico: essendo tutti discendenti di quel pugno di fondatori, gli stambecchi portano «una variabilità genetica ridotta, fra le più basse riscontrate nei mammiferi», e i genomi conservano l'impronta del collo di bottiglia — «circa 100 individui» nell'Ottocento, poi «circa 50.000 in meno di un secolo». Sul piano pratico per chi lo fotografa, lo stambecco resta comunque specie protetta e non cacciabile in Italia: un animale da osservare, non da prelevare.

Il camoscio appenninico: «il più bel camoscio del mondo»

Se lo stambecco è il re delle Alpi, il camoscio appenninico è forse la storia di conservazione più commovente dell'Appennino. È una sottospecie endemica, presente esclusivamente in Italia, ben differenziata dal camoscio alpino, e viene chiamato non a caso «il più bel camoscio del mondo» per il mantello contrastato dell'abito invernale. Misura fino a 130 cm di lunghezza per circa 80 cm al garrese, con un peso che non supera il mezzo quintale.

La sua storia recente è quella di un ritorno dal baratro. Un tempo diffuso lungo tutta la dorsale appenninica centro-meridionale, fu ridotto dalla caccia e dalla pastorizia a un'unica popolazione relitta nell'area che nel 1922 sarebbe diventata il Parco Nazionale d'Abruzzo: nel 1949 vi sopravvivevano non più di 40 individui. Da quel nucleo, a partire dal 1991-1992, sono partite le reintroduzioni negli altri parchi dell'Appennino centrale. La popolazione della Majella, nata da appena 30 fondatori, contava già 840 individui nel censimento del 2013; sul Gran Sasso il conteggio dell'autunno 2022 ha dato un minimo di circa 1.250 camosci. Nel complesso, oggi si stima una popolazione di circa 3.800 camosci appenninici distribuiti tra le cinque maggiori aree protette del centro Italia — Abruzzo, Majella, Gran Sasso-Laga, Sibillini e Sirente-Velino.

Da non più di 40 individui nel 1949 a circa 3.800 su cinque massicci oggi: il camoscio appenninico è la prova che una fototrappola, in questi parchi, riprende una specie letteralmente riportata in vita.

Resta comunque una specie fragile. Nella valutazione 2013 della Lista Rossa IUCN italiana era classificata Vulnerabile, con una popolazione allora inferiore ai 1.500 individui e «certamente meno di 1.000 individui maturi», distribuita su poche popolazioni isolate e con scarsa variabilità genetica. È tutelata ai massimi livelli: «particolarmente protetta» dall'art. 2 della Legge 157/92, iscritta nell'Appendice I della CITES e negli Allegati II e IV della Direttiva Habitat come specie prioritaria. Il monitoraggio che sostiene questi numeri è, oggi, lo stesso tipo di lavoro che qualunque appassionato di fototrappole riconoscerebbe: catture con box-trap innescate a blocchi di sale, misure biometriche, marcatura e radiocollari GPS per seguire i capi rilasciati — animali, quelli catturati per fondare le nuove colonie, dal peso compreso tra 15,1 e 38,0 kg.

Un muflone maschio con corna avvolte a spirale e la sella chiara sul fianco, in una radura di bosco montano

Il muflone: la pecora selvatica venuta dal mare

Il muflone è l'outsider del gruppo, e la sua è una storia di uomini più che di sole montagne. All'origine non è affatto un animale alpino: le popolazioni mediterranee di Sardegna e Corsica derivano con ogni probabilità dal rinselvatichimento di una pecora domestica introdotta dall'uomo in età neolitica, tra 6.000 e 7.000 anni fa. Da lì, a partire dall'Ottocento, il muflone è stato introdotto a scopo venatorio sull'Appennino e sulle Alpi, dove oggi è presente in modo frammentario.

Sul fotogramma, come si è visto, è il più facile da separare dagli altri due: non una capra ma una pecora, tozza, con lo specchio anale bianco, la sella chiara del maschio e le corna a spirale. Due tratti della sua biologia lo rendono un soggetto particolare per la fototrappola. Il primo è l'attività: d'estate il muflone diventa «prevalentemente notturno e crepuscolare», il che lo porta a comparire quasi solo su scatti a bassa luce proprio nella stagione in cui più lo si cerca. Il secondo è la sua vulnerabilità al lupo: provenendo da isole prive di grandi predatori, non ha sviluppato efficaci tecniche antipredatorie, e dove il lupo si è ristabilito il muflone si è localmente estinto (come nelle foreste del Casentino) o fortemente ridotto. Una fototrappola in un'area di ricolonizzazione del lupo può quindi documentare, nel tempo, il declino locale di questa specie.

Numeri e stato: in Sardegna, dopo un declino che negli anni '70 l'aveva ridotto a circa 300 capi, la popolazione «originaria» si è ripresa fino a diverse migliaia di individui, e l'isola ospita circa il 40% del totale nazionale. A livello di legge, il muflone è cacciabile ai sensi dell'art. 18 della Legge 157/92, ma con una netta eccezione: la popolazione sarda ne è esclusa e in Sardegna è anzi «particolarmente protetta».

Cacciabile o protetto? Cosa dice la legge

Per chi gestisce un fondo o partecipa alla caccia di selezione, la cornice normativa non è teoria: tra i tre bovidi, lo status cambia radicalmente da specie a specie, e conoscerlo evita errori seri.

Il calendario venatorio nazionale, che discende dall'art. 18 della Legge 157/92, colloca camoscio alpino e muflone (quest'ultimo «con esclusione della popolazione sarda») tra le specie cacciabili, con un periodo che va dal 1° ottobre al 30 novembre. Sono, beninteso, prelievi in regime di caccia di selezione, pianificati sulla base dei censimenti. La stagione esatta e le modalità dipendono poi dal calendario venatorio regionale, perché ogni Regione fissa il proprio all'interno della cornice nazionale.

Fuori da quell'elenco stanno gli altri due. Lo stambecco non è mai nominato dalla Legge 157/92: non essendo elencato né tra le specie cacciabili né tra quelle «particolarmente protette», è comunque da considerarsi specie protetta e non cacciabile. Il camoscio appenninico è invece all'estremo opposto della tutela — «particolarmente protetto» dall'art. 2, in Appendice I CITES e specie prioritaria della Direttiva Habitat. La conclusione pratica è semplice: sulle Alpi, camoscio (alpino) e muflone possono essere oggetto di prelievo nella stagione e nei modi stabiliti; stambecco e camoscio appenninico, mai.

A uno scatto ambiguo non si risponde con più fototrappole, ma con più fotogrammi dello stesso passaggio: prima o poi arriva l'angolazione giusta sulle corna.

Far lavorare la fototrappola a proprio favore

Fotogramma notturno a infrarossi di una fototrappola: la sagoma massiccia di uno stambecco con le corna arcuate visibili su una cengia rocciosa

Se il singolo scatto notturno spesso non basta a decidere la specie — o peggio il sesso di un muflone giovane — il rimedio non è arrendersi, ma ottenere più fotogrammi buoni per ogni passaggio, così da avere qualche immagine con l'angolazione giusta sulle corna e sulla sagoma.

Alcuni accorgimenti, tutti replicabili in montagna:

La fototrappola, del resto, è lo strumento giusto per questi animali: elusivi, spesso attivi al crepuscolo o di notte e legati a terreni impervi, sono proprio quelli che una macchina lasciata a lavorare da sola documenta meglio dell'osservazione diretta. Va solo usata sapendo che cosa può e cosa non può dire il singolo scatto.

Domande frequenti

Come si distingue al volo un camoscio da uno stambecco sulla fototrappola?

Dalle corna. Lo stambecco (soprattutto il maschio) le ha grandi, arcuate all'indietro e con nodosità frontali, fino a oltre 1 m; il camoscio le ha piccole, nere e a uncino, uguali nei due sessi. In più il camoscio ha il muso bianco con due bande scure e una riga scura sul dorso, mentre lo stambecco ha un mantello uniforme senza mascherina.

Perché è difficile capire se un muflone è maschio o femmina?

Perché nel muflone le corna sono di regola solo del maschio, ma un maschio giovane, con corna ancora corte, «a distanza può essere confuso con femmine munite di corna»; e femmine cornute esistono davvero, fino a circa il 60% della popolazione in Corsica. Meglio guardare anche la mole, la criniera e la «sella» chiara del maschio adulto.

Di notte il colore del mantello aiuta a riconoscerli?

Poco. Su uno scatto a bassa luce il colore è il carattere meno affidabile; conviene basarsi sulla forma delle corna, sulla mole e sui disegni di contrasto — la mascherina bianca e nera del camoscio, lo specchio e la sella del muflone. Il colore del pelo va usato come conferma solo su una foto diurna e nitida.

Camoscio alpino e camoscio appenninico si distinguono da una foto?

Quasi mai per morfologia: sono congeneri molto simili, entrambi con corna a uncino e mascherina. A distinguerli è di fatto la geografia — il camoscio alpino sta sulle Alpi, l'endemico appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata) solo sui massicci dell'Appennino centrale.

Quali di questi animali si possono cacciare?

Camoscio alpino e muflone (esclusa la popolazione sarda) sono cacciabili dal 1° ottobre al 30 novembre, in regime di caccia di selezione e secondo il calendario venatorio regionale. Lo stambecco e il camoscio appenninico non sono cacciabili: il primo è protetto in quanto non elencato tra le specie cacciabili, il secondo è «particolarmente protetto» dall'art. 2 della Legge 157/92.

Perché lo stambecco compare spesso vicino a rocce «leccate» o a vecchi muri?

Perché è ghiotto di sale e integra così i minerali scarsi nella dieta, arrivando a leccare rocce, cemento e muri in quota. Per lo stesso motivo le catture scientifiche lo attirano con blocchi di sale: una fototrappola su un affioramento salino ha buone probabilità di riprenderlo.