Nella primavera del 2022, nel cuore della zona infetta dell'Appennino piemontese, 43 fototrappole hanno registrato 980.883 immagini in poco più di quattro mesi. Il dato che conta, però, non è quella cifra da capogiro: è il numero che se ne è ricavato. In quel bosco già attraversato dalla peste suina africana (PSA), la densità di cinghiale stimata era di appena 0,27 capi per chilometro quadrato. Nessuna battuta, nessun occhio esperto avrebbe potuto misurarlo con quella precisione. L'ha fatto una rete di telecamere.
È qui il punto di tutto l'articolo. Da quando la PSA è arrivata sul continente, il cinghiale ha smesso di essere solo un capo da prelevare: è il serbatoio di un virus che in Europa nel 2025 ha causato 11.036 focolai nella sola specie selvatica, il livello più alto dal 2021. Chi oggi appende una fototrappola su un valico non lo fa per la bella immagine. Lo fa per sapere quanti cinghiali ci sono, come si spostano, dove giacciono le carcasse, se recinzioni e divieti stanno funzionando. E per capire che cosa la telecamera può realmente misurare in questo contesto — e, con altrettanta onestà, che cosa non può.
Perché proprio la telecamera
Il cinghiale è una specie che sfugge ai metodi classici di conteggio. Vive quasi esclusivamente in ambienti a scarsa visibilità, ha comportamento elusivo e attività prevalentemente notturna o crepuscolare, si muove molto e tende a formare grandi gruppi familiari a distribuzione aggregata. Sono esattamente le caratteristiche che mandano in crisi i censimenti basati sull'osservazione diretta. Non a caso l'ISPRA, nelle sue linee guida nazionali, riconosce che «l'accresciuta disponibilità di supporti tecnologici a costi contenuti, quali ad esempio fototrappole e termocamere», ha «aperto nuove prospettive alla stima delle popolazioni», con risultati incoraggianti pur restando in via di sperimentazione.
Il vantaggio è duplice. La fototrappola lavora senza sosta e senza disturbare più del necessario — un aspetto prioritario quando in una popolazione è in corso un focolaio. E raccoglie dati là dove un operatore non arriverebbe. Nello studio dell'Università di Torino condotto nel Parco delle Capanne di Marcarolo, le 43 telecamere hanno accumulato 980.883 scatti su 4.037 giorni-fototrappola: una mole che nessun rilevatore potrebbe eguagliare in una carriera.
Ma la quantità di immagini non è ancora conoscenza. L'arte sta nel ricavarne i parametri su cui si fonda la gestione: densità, dimensione e struttura dei gruppi, ritmo di attività, riproduzione. Lo stesso gruppo di Torino, da un solo set di telecamere, ha stimato la densità del cinghiale (0,27 capi/km² dopo la PSA), la distanza media percorsa ogni giorno (9,07 km), la dimensione delle cucciolate (1,72 piccoli per gruppo) e la quota di femmine gravide (72%). E, per giunta, ha documentato che — nonostante il divieto di accesso alla zona infetta — la presenza umana compariva su 19 telecamere, con un massimo di quattordici persone su un singolo apparecchio. Quell'ultimo dato non è folclore: poiché il virus sopravvive nel suolo da pochi giorni fino a un paio di settimane, e tra il passaggio del cinghiale e quello dell'uomo intercorrevano in media 6,4 giorni, la telecamera ha fotografato la via reale di un possibile trasporto meccanico del virus, su scarpe o fango.
Nell'era della PSA non conta la foto del cinghiale, ma il numero che da quella foto si riesce a estrarre.
Densità e struttura dei gruppi: contare l'incontabile
La difficoltà di fondo si dice in una riga: i cinghiali non si riconoscono uno per uno. Non hanno segni naturali che permettano di distinguerli, quindi i metodi classici di cattura-marcatura-ricattura non si applicano. La risposta sta in due famiglie di metodi, ed è utile capirne la differenza perché servono a cose diverse.
Il modello a incontri casuali (REM) stima la densità dalla frequenza con cui gli animali «entrano» nel campo visivo della telecamera, correggendola per la velocità di movimento e per l'ampiezza della zona di rilevamento (raggio e angolo). Non richiede il riconoscimento dei singoli individui: per questo si adatta bene al cinghiale. È proprio il REM ad aver fornito, nella Foresta di Białowieża in Polonia, i numeri più netti mai misurati sull'impatto della PSA: con una rete di fototrappole attiva dal 2012 al 2017, la densità è crollata da 8,6 e 7,8 capi/km² nel 2015 a 0,4 e 1,2 l'anno dopo — un calo dell'84% e del 95% in dodici mesi. Vale la pena ricordare che il REM è sensibile alla calibrazione: i parametri della zona di rilevamento dipendono dalla vegetazione davanti all'obiettivo, quindi mantenere un protocollo costante in tutto il progetto conta davvero per la confrontabilità dei dati.
I modelli di occupancy seguono un'altra strada. Invece di contare gli individui, chiedono: in quanti siti il cinghiale è presente, e come cambia nel tempo — tenendo conto del fatto che la telecamera non sempre rileva un animale pur presente. È un approccio più semplice, perché non serve misurare velocità o zona di rilevamento. In Belgio, nella Vallonia, una rete di 92 fototrappole ha mostrato con questo metodo che l'occupazione del territorio a inizio monitoraggio rispecchiava lo stato di infezione, e che l'effetto congiunto di PSA e abbattimenti ha prodotto un tasso di estinzione compreso tra il 22,44% e il 91,35%, a seconda che la zona fosse infetta o meno. La regione ha riconquistato lo status di indenne nel dicembre 2020, e le telecamere hanno documentato il percorso.
Resta un terzo problema, pratico: raramente tutti i capi stanno insieme nell'inquadratura, quindi come si dà la dimensione del gruppo? La regola è semplice e ben documentata: non si conta il primo scatto, ma quello con il maggior numero di animali nell'intero passaggio. Un gruppo tedesco ha automatizzato esattamente questo principio: un modello di riconoscimento delle immagini, con una precisione media del 98,11%, tratta una sequenza di scatti come un'unica «visita» se l'intervallo tra i rilevamenti è inferiore a otto minuti, e ne memorizza il numero massimo di cinghiali. Su 9.669 immagini ha individuato 34 delle 36 visite reali, sbagliando la dimensione del gruppo al massimo di un capo — e ha fatto tutto in meno di venti minuti, contro giorni di lavoro manuale. Per chi scarica le schede di una dozzina di fototrappole, non è un dettaglio: la revisione di migliaia di fotogrammi vuoti è ciò che, nella pratica, uccide un monitoraggio.
Un'avvertenza sul posizionamento. Il gruppo di Torino ha montato le telecamere a 50 cm da terra, rivolte a nord e senza esche. Sono scelte ragionevoli — alle nostre latitudini il nord è il lato opposto al sole, quindi meno controluce — ma non vanno trattate come una regola universale: erano tarate su quel terreno e su quello scopo. Il principio più generale è un altro: montaggio stabile e basso, campo visivo pulito, nessuna esca se si vuole un quadro onesto dei passaggi e non una concentrazione artificiale di animali.
Non si conta il primo fotogramma: si conta quello con più grugni nell'intero passaggio.
Carcasse e necrofagi: dove la telecamera sorveglia il serbatoio

Qui si arriva al cuore epidemiologico della PSA, quello che ribalta il modo di pensare al monitoraggio. Contro l'intuizione, alle basse densità il motore principale della malattia non è il cinghiale vivo che corre, ma la carcassa. L'ISPRA è netta: la densità del cinghiale «non ha effetti significativi sulla persistenza in natura» del virus, che «continua a circolare per anni, anche in popolazioni di cinghiale a densità bassissime (es. circa 0,5/km²)». Un epidemiologo italiano tra i più autorevoli, Vittorio Guberti, lo sintetizza in una diapositiva presentata nel Canton Ticino: nella fase di primo arrivo il contagio è «densità dipendente», ma durante l'inverno e nelle zone endemiche diventa «densità indipendente», sostenuto dalle carcasse. In altre parole: finché nel bosco giace un cadavere infetto, il focolaio cova.
Per questo il «bottino» più prezioso della telecamera, in un focolaio, non è il cinghiale vivo ma il cadavere e ciò che gli accade intorno. Le fototrappole sulle carcasse fanno due cose. La prima è aiutare a capire il rischio di diffusione. Un gruppo tedesco ha piazzato telecamere presso 32 carcasse di cinghiale e ha identificato 22 specie di vertebrati, di cui poche realmente necrofaghe. La conclusione è rassicurante e vale la pena ricordarla, perché di miti in proposito ne circolano molti: i necrofagi «rappresentano un fattore di rischio minore per la diffusione della PSA, ma possono contribuire a ridurre la persistenza locale del virus metabolizzando le carcasse infette». Uno studio estone su quattro carcasse ha dato un quadro simile, con il corvo imperiale — specie ben presente anche da noi — come visitatore più frequente e nessun segno di cannibalismo tra i cinghiali. La volpe, dal canto suo, è tra i necrofagi abituali osservati in questi lavori. Non c'è quindi ragione tecnica per accanirsi contro i necrofagi.
La seconda cosa, più importante per chi opera sul campo, è capire dove cercare le carcasse e perché toglierle in fretta. L'esperimento estone offre il motivo più solido: il DNA del virus resta a lungo nel suolo sotto la carcassa, anche dopo che questa è stata rimossa, tanto che «una rimozione tempestiva e la disinfezione del suolo potrebbero rivelarsi necessarie». Il manuale FAO/WOAH conferma che il DNA virale è stato ritrovato nel terreno per periodi che vanno da una-due settimane fino a diversi mesi. Ecco perché lo zoccolo duro della strategia italiana è la ricerca attiva delle carcasse, e non il fucile.
Come si organizza questa ricerca lo mostra l'operatività quotidiana. Le squadre cinofile da detection formate dall'ENCI lavorano ogni giorno sul cluster di infezione del nord-ovest, che comprende un'ampia area in espansione tra Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna e Toscana, nell'ambito di una convenzione con la struttura commissariale. E non è sola pianificazione: nel giugno 2026 la Regione Emilia-Romagna ha pubblicato una gara da 1,6 milioni di euro proprio per rafforzare il controllo dei cinghiali e la ricerca attiva delle carcasse potenzialmente infette. Il Piano Straordinario nazionale prevede, dove la copertura vegetale lo consente, anche il ricorso a droni dotati di termocamere per un monitoraggio a più ampia scala. Fototrappola, cane e drone si integrano, ma nessuno di essi sostituisce la rete di persone in campo che segnala i capi morti: è la segnalazione la vera chiave del sistema.
Finché nel bosco giace un cadavere infetto il focolaio cova: per questo la foto di un cinghiale morto vale più di cento foto di cinghiali vivi.
Recinzioni, foraggiamento, abbattimenti: cosa la telecamera verifica sul campo

Monitorare non è solo contare. La fototrappola può controllare se le misure di contrasto funzionano davvero — e la risposta, a volte, è scomoda.
Recinzioni. Una barriera può funzionare come ostacolo che rallenta, e in Italia il Piano nazionale prevede l'installazione di barriere nelle zone di circolazione virale per contenere gli spostamenti dei cinghiali infetti. Ma i limiti sono strutturali, ed è meglio conoscerli in anticipo. Il manuale FAO/WOAH lo dice senza giri di parole: le recinzioni elettriche «non bloccano completamente i movimenti degli animali», possono ridurne il numero complessivo «ma non fermeranno un animale spinto da fame, inseguimento o pulsione sessuale». Lo stesso manuale ritrae, come esempio, una recinzione elettrica solare installata in Italia per proteggere i vigneti dai cinghiali. Una telecamera all'incrocio tra recinzione e passaggio abituale è dunque un buon collaudatore: mostra se la barriera incanala davvero i movimenti o se i cinghiali semplicemente la aggirano.
Foraggiamento. Qui il monitoraggio incontra un principio gestionale netto. La regolamentazione dell'alimentazione supplementare è, secondo il manuale internazionale, «l'approccio meno distruttivo» per ridurre una popolazione, e nell'Unione le linee guida fissano un limite indicativo di dieci chilogrammi per chilometro quadrato al mese. L'Ordinanza n. 1/2026 del Commissario ribadisce per l'Italia il divieto assoluto di foraggiamento, salvo quello attrattivo strettamente funzionale alle operazioni di cattura o prelievo. Una fototrappola presso un punto di foraggiamento è, in questo quadro, la prova più semplice di chi e quando lo utilizza.
Effetto degli abbattimenti. È la conclusione più difficile da digerire. I dati di Białowieża hanno mostrato che, dopo lo scoppio della PSA, del calo di popolazione è responsabile soprattutto il virus, non il fucile: la quota attribuibile alla caccia è risultata pari a circa il 21,7%, contro il 78,3% della PSA. Non solo: un aumento di quattro volte del prelievo prima dell'arrivo della malattia non aveva affatto abbassato la densità, rimasta intorno a 7,5 capi/km². L'ISPRA arriva alla stessa conclusione per simulazione: per rallentare in modo significativo la diffusione si dovrebbe rimuovere quasi l'intera popolazione, circa il 90%, «obiettivo irrealistico» nella maggior parte dei contesti.
Va detto, con altrettanta onestà, che non tutta la caccia disturba allo stesso modo. Un'analisi su telemetria satellitare di 289 cinghiali in nove Paesi europei ha mostrato che la caccia di selezione, mirata su singoli individui, non altera in modo significativo i contatti sociali all'interno dei gruppi, mentre la braccata riduce temporaneamente i contatti intra-gruppo — da 0,45 nei mesi senza caccia a 0,22 nei mesi di braccata — senza però aumentare i contatti tra gruppi diversi, che restano governati soprattutto dai maschi adulti. È un quadro più sfumato del solito allarme «la caccia disperde gli animali»: l'effetto della braccata sulla struttura sociale è circoscritto ai gruppi coinvolti e limitato nel tempo. Il monitoraggio con telecamere resta lo strumento di onestà: permette di vedere se una riduzione cambia davvero i numeri, prima di spendervi una stagione di lavoro.

Zone I, II, III e obblighi: dentro quale regime si opera
Tutto questo monitoraggio avviene dentro un sistema regolato di zone, ed è essenziale sapere dove ci si trova. La base è il regolamento di esecuzione (UE) 2023/594, che istituisce le zone soggette a restrizioni I, II e III — con la zona III a rappresentare le aree a rischio più elevato — e, in caso di primo focolaio in un suino selvatico su territorio prima indenne, le zone infette. A questo strato europeo l'Italia ne affianca uno domestico: la Zona di Controllo dell'Espansione Virale (Zona CEV), individuata dall'Ordinanza n. 4/2026 come area a elevato rischio in cui va svolta «in via prioritaria la sorveglianza passiva attraverso la ricerca attiva delle carcasse» e in cui è vietata l'attività venatoria in tutte le sue forme.
Due cose, qui, sono pratiche. La prima: i confini si muovono, e in fretta. Basta guardare due atti del 2026. Il regolamento (UE) 2026/1409 del 19 giugno 2026, dopo un focolaio in un cinghiale in Piemonte, ha riclassificato un'area da zona I a zona II — ma nello stesso testo ha declassato un'altra area piemontese da II a I e ne ha soppresse altre in Piemonte e Lombardia, per assenza di focolai negli ultimi dodici mesi. Sul fronte domestico, l'aggiornamento della Zona CEV del 7 aprile 2026 ha comportato la revoca di zone in alcune Regioni e il loro ampliamento in altre. La mappa, insomma, è viva: qualunque confine va verificato sulla mappa aggiornata prima di agire, non sulla memoria.
La seconda: gli obblighi di segnalazione non ammettono deroghe. Trovata una carcassa di cinghiale — anche incompleta o in avanzato stato di decomposizione — va segnalata immediatamente ai Servizi veterinari, eventualmente tramite Carabinieri forestali, Polizia provinciale o locale, indicando l'ubicazione precisa e con documentazione fotografica; fuori dalla zona infetta si può usare il numero regionale dedicato o il 112. Il manuale FAO/WOAH lo riassume in tre regole per chiunque possa imbattersi in un cadavere: non toccare la carcassa, registrare le coordinate esatte (basta uno smartphone), avvertire i servizi senza indugio.
Perché la segnalazione delle carcasse sia tanto importante lo dice un solo numero, tratto dall'analisi EFSA per il 2024. In tutta l'Unione, il 29% delle carcasse di cinghiale trovate nell'ambito della sorveglianza passiva è risultato positivo, individuando il 70,4% dei focolai; degli oltre 412.000 cinghiali abbattuti, invece, era positivo circa lo 0,4%, per il 28,4% dei focolai. Detto altrimenti: i capi trovati morti sono appena il 5,2% dei campioni analizzati, ma scovano più di due terzi dei casi. È per questo che l'EFSA raccomanda di dare priorità proprio alla sorveglianza passiva: nel 2025 essa ha individuato il 73% dei focolai nei cinghiali in Europa.
I cinghiali trovati morti sono appena il 5% dei campioni, ma scovano più di due terzi dei focolai: il resto dei test conferma soprattutto che un cinghiale sano è sano.
Biosicurezza della fototrappola: un ragionamento per analogia

Qui occorre essere onesti, perché è il punto più esposto alla sovrainterpretazione. Nessuna norma italiana o europea, nessuna linea guida esaminata per questo articolo nomina esplicitamente la disinfezione della fototrappola. Non esiste un protocollo intitolato «come disinfettare una telecamera tra una zona e l'altra»: chi lo citasse come testo bell'e pronto starebbe inventando. Ciò che esiste sono le regole generali di biosicurezza degli attrezzi, da cui il criterio per la telecamera va ricavato per conto proprio. Quello che segue è appunto un ragionamento per analogia, non una citazione.
Il punto di partenza è netto e italiano. Il Piano nazionale di sorveglianza stabilisce che «le biosicurezze sono da applicarsi anche nel settore selvatico: nella gestione delle carcasse ritrovate nell'ambiente, nelle attività di controllo numerico della popolazione, e in tutte le azioni che in qualche modo prevedono attività in zone con accertata o sospetta circolazione virale». Piazzare o recuperare una fototrappola in una zona CEV è, senza dubbio, una di quelle «attività». L'ISPRA, dal canto suo, elenca tra i rischi dell'operare in zona infetta «la diffusione involontaria del virus attraverso calzature, indumenti, attrezzature e veicoli». E il protocollo ufficiale per le manifestazioni cinofile — l'Allegato 4 delle linee guida di prevenzione — impone, a chi opera in queste aree, di «pulire e disinfettare le attrezzature, i vestiti, i veicoli prima di lasciare le aree» e di ripetere l'operazione una volta a casa, con un elenco di disinfettanti efficaci che comprende il Virkon S all'1%, la soda caustica al 2% e l'ipoclorito di sodio all'1%.
La fototrappola è un'attrezzatura come il coltello, la fune o lo scarpone — con la differenza che la si lascia di proposito per settimane là dove passano e muoiono i cinghiali, per poi spostarla altrove. Per analogia con le regole appena citate, il minimo ragionevole è questo:
- Trattare involucro, staffa e cinghia come attrezzatura da disinfettare. Prima di spostare la telecamera da una zona di restrizione o dalla Zona CEV verso un altro ambito o in prossimità di allevamenti, conviene rimuovere la materia organica e passare l'involucro e il fissaggio con un disinfettante efficace contro il virus, lo stesso previsto per attrezzi e calzature. È una deduzione dall'analogia, non una prescrizione esplicita.
- Maneggiare schede e batterie con mani pulite e disinfettate. Se le mani vanno disinfettate dopo ogni contatto in zona, toccare una scheda di memoria con le mani sporche trasferisce il rischio quanto toccare una carcassa.
- Non passare con la telecamera dal bosco direttamente ai suini. La regola dei tempi di sicurezza vale per la persona e per l'attrezzatura: il manuale FAO/WOAH prescrive che il personale operante in aree infette non abbia contatto diretto con suini sani per 48 ore. Chi gestisce anche un allevamento tratti il servizio delle fototrappole in zona come qualsiasi altra attività «di bosco».
- Servire le telecamere di rado e in modo pianificato. Meno ingressi in zona significano meno rischio di trasporto meccanico — e, per giunta, meno disturbo agli animali elusivi.
Che non si tratti di teoria astratta lo mostra la pratica: il gruppo di ricerca italiano che ha lavorato in zona infetta, dopo ogni sessione sul campo, disinfettava «scarponi, indumenti e materiali con una soluzione di Virkon S» — proprio uno dei prodotti dell'elenco ufficiale. Nessuno di loro ha scritto «disinfettate la fototrappola», ma tutti trattavano come potenziale vettore ogni attrezzatura portata via dal bosco infetto. La telecamera appartiene semplicemente a quell'insieme.
Perché non sia un eccesso di zelo lo spiega l'epidemiologia. Il cinghiale, da solo, diffonde il virus lentamente e localmente; sono i salti a grande distanza a essere opera dell'uomo, tramite alimenti, materiali o mezzi contaminati, che «determinano la comparsa della malattia nelle popolazioni di cinghiali, anche a distanza di molti chilometri». Una fototrappola spostata senza disinfezione da un focolaio a un territorio pulito è esattamente il tipo di vettore da cui l'intero sistema di zone dovrebbe proteggere.
Il cinghiale porta la PSA per pochi chilometri; le centinaia di chilometri gliele fa fare l'uomo — e la sua attrezzatura non disinfettata.
Cosa funziona davvero, e cosa non aspettarsi

Conviene tirare le somme, perché qui è facile illudersi in entrambe le direzioni.
Ciò che funziona è una combinazione dentro il sistema delle zone: recinzione del focolaio, ricerca sistematica e rimozione delle carcasse nella zona infetta, riduzione della popolazione nell'area adiacente. È la strada che ha riportato indenni sia la Vallonia belga — dove la rete di fototrappole ha documentato il crollo dell'occupazione fino al riconoscimento del dicembre 2020 — sia, su scala storica, la Sardegna. L'isola ha chiuso nel 2024 un focolaio di genotipo I che durava dal 1978: la Commissione europea ne ha riconosciuto lo status di indenne il 24 settembre 2024, frutto di «una sorveglianza rafforzata dei cinghiali e dei suini domestici associata a misure di biosicurezza, nonché la formazione di operatori quali allevatori e cacciatori». Che qualcosa si muova nella direzione giusta lo segnala anche l'EFSA, che per il 2025 registra «campagne regionali di successo» nel controllo della malattia nei cinghiali in Cechia e nel sud Italia.
Va tenuta ben distinta, questa storia sarda, da quella continentale. Sul continente italiano l'epidemia è un evento recente e diverso: genotipo II, comparso il 7 gennaio 2022 al confine tra Piemonte e Liguria, con il caso indice nel comune di Ovada. La Sardegna, al contrario, ha convissuto per oltre quarant'anni con un focolaio di genotipo I, epidemiologicamente non collegato, alimentato dallo scambio tra suini bradi e cinghiali. Confondere i due scenari sarebbe un errore serio.
Ciò che non ci si deve aspettare è che il solo abbattimento o la sola recinzione risolvano il problema. La comparsa del virus è indipendente dalla densità, nessuna recinzione elettrica è a tenuta stagna a lungo, e nel primo anno di epidemia il virus fa più dei fucili. In Svizzera, che per ora non registra casi confermati ma considera «elevato» il rischio di introduzione tramite le attività umane, la posta in gioco è ancora la prevenzione: attenzione ai rifiuti alimentari, ai prodotti di carne suina, alla biosicurezza. Ovunque, il messaggio è lo stesso: la carcassa è il perno.
La conclusione realistica per chi gestisce è dunque netta. La fototrappola non ferma la PSA. Ma dà ciò senza cui ogni decisione è un tiro alla cieca: un quadro credibile di consistenze, struttura dei gruppi, attività, e la verifica di dove siano davvero carcasse e recinzioni. In una malattia in cui l'azione più efficace è trovare un cinghiale morto in un impluvio umido prima che ci arrivi uno sano, è molto.
Domande frequenti
La fototrappola rileva la PSA nel cinghiale?
No. La telecamera non diagnostica la malattia: la conferma spetta solo all'analisi di laboratorio su un campione. La fototrappola serve ad altro: stimare consistenza e struttura della popolazione, documentare carcasse e necrofagi, e verificare se recinzioni e divieto di foraggiamento stanno funzionando.
Come si stima la densità del cinghiale con le fototrappole?
Di norma con il modello a incontri casuali (REM), che ricava la densità dalla frequenza degli «incontri» con la telecamera, dalla velocità degli animali e dalla zona di rilevamento, senza bisogno di riconoscere i singoli individui. In alternativa i modelli di occupancy mostrano l'andamento della presenza in zona infetta e indenne.
Quanti cinghiali ci sono nel gruppo di uno scatto?
Non si guarda il primo fotogramma, ma quello con il maggior numero di animali nell'intero passaggio. È così che opera il riconoscimento automatico, trattando come un'unica visita gli scatti separati da meno di otto minuti e memorizzandone il massimo.
I necrofagi diffondono la PSA, quindi vanno eliminati?
Non ci sono basi per farlo. Gli studi con fototrappole sulle carcasse indicano che i necrofagi sono «un fattore di rischio minore» e possono anzi ridurre la persistenza locale del virus metabolizzando i cadaveri. Ciò che conta è rimuovere in fretta la carcassa e, se necessario, disinfettare il suolo, perché è lì il serbatoio.
Come si disinfetta una fototrappola spostata tra le zone?
Nessuna norma lo descrive esplicitamente per la telecamera: va applicato per analogia il criterio generale di biosicurezza degli attrezzi. Prima di spostarla da una zona di restrizione conviene rimuovere la materia organica e passare involucro e staffa con un disinfettante efficace, maneggiare le schede con mani pulite e non portare la telecamera direttamente dal bosco ai suini per 48 ore. I gruppi di ricerca italiani disinfettavano tutta l'attrezzatura da campo dopo ogni sessione.
Cosa fare quando si trova una carcassa di cinghiale?
La carcassa non va toccata né spostata; se ne registra l'ubicazione precisa — meglio con le coordinate e una foto — e la si segnala subito ai Servizi veterinari, eventualmente tramite Carabinieri forestali, Polizia provinciale o locale, o il 112. Dopo il contatto si disinfettano mani e calzature e non si accede ai luoghi dove si tengono suini per le ore previste.