Arriva prima o poi a chiunque tenga una fototrappola vicino a un fienile, a un muretto a secco o al margine di un bosco: un mustelide agile, corpo lungo e coda folta, che di notte percorre una trave o si arrampica su un tronco. La domanda scatta immediata — faina o martora? — e insieme alla domanda arriva la risposta sbagliata più comune, cioè guardare la macchia chiara sul petto e chiudere la questione.
Il problema è che quella macchia — la «macchia gulare», la gola più chiara del resto del mantello — sul fotogramma notturno è quasi la prima cosa che si perde. Di notte la fototrappola accende l'illuminatore a infrarossi e restituisce un'immagine in bianco e nero: il colore, cioè proprio l'informazione su cui si regge il criterio da manuale, semplicemente non c'è più. Non è un difetto della singola fototrappola: è come funziona la ripresa a infrarossi.
Questo articolo prende la cosa di petto. Sì, faina (Martes foina) e martora (Martes martes) si distinguono — di giorno, in mano a un rilevatore, con una foto buona. Ma su un fotogramma monocromatico notturno l'onestà impone di dire quali indizi reggono e quali no, e di non promettere una certezza che nemmeno la letteratura scientifica si concede. Chi legge la fototrappola per gestire un fondo, un pollaio o un progetto di monitoraggio ha bisogno esattamente di questo: sapere quando può dire «faina» e quando deve fermarsi a «una delle due».
Perché faina e martora si confondono davvero
Le due martore italiane sono parenti stretti e si somigliano moltissimo: stessa taglia da gatto, stesso corpo allungato, stessa andatura sinuosa, stessa coda folta. Occupano habitat diversi ma non separati: in generale la martora è legata ai boschi maturi e la faina è la più adattabile, presente anche nelle aree rurali e nei margini dei paesi, ma i due areali si toccano e in molte zone si sovrappongono. Dove convivono, distinguerle diventa un mestiere.
Che non sia un problema da poco lo dicono i numeri di chi lo fa per lavoro. In una stagione di fototrappolaggio nel Parco Nazionale della Val Grande, a fronte di 156 contatti attribuiti alla faina e 6 alla martora, **33 immagini di Martes non hanno potuto essere assegnate ad alcuna delle due specie** e sono rimaste catalogate come «Martes sp.». Un rilevamento nazionale con fototrappole in Kosovo è stato ancora più netto: martora e faina «were often indistinguishable, so were treated as a single species» — spesso indistinguibili, e perciò trattate come un'unica specie nell'analisi. E non è solo un limite della fototrappola: uno studio genetico condotto tra Alpi e isole adriatiche dall'Università di Primorska ha dovuto rinunciare a gran parte dei campioni di martora «mainly due to difficulties in morphological identification by non-expert collectors» — cioè per gli errori di riconoscimento morfologico commessi dai raccoglitori sul campo, non davanti a uno schermo. (Val Grande e Kosovo sono lavori su questa stessa coppia di specie; lo studio genetico è sloveno-croato: la biologia è identica a quella italiana, ma vanno citati per quello che sono.)
Vale la pena tenerlo a mente prima di sentenziare su un fotogramma: se lo sbaglia il ricercatore con l'animale in mano, è ragionevole non fidarsi troppo di un colpo d'occhio notturno.
Se lo sbaglia chi raccoglie l'animale sul campo, un solo fotogramma notturno non può bastare a decidere la specie.
La macchia gulare: cosa dice, e perché di notte non basta
Partiamo da ciò che il criterio dice davvero, alla luce del giorno. Le fonti istituzionali centro-europee, che lavorano sulla stessa coppia di specie, concordano su un quadro preciso.
Nella faina (in tedesco Steinmarder) la macchia gulare è bianca, spesso biforcata verso il basso e può estendersi fin sulle zampe anteriori. Nella martora (Baummarder) è invece giallo-arancio, di norma non biforcata e non raggiunge l'attaccatura delle zampe anteriori. In Italia il Parco del Ticino lo riassume così: la martora si distingue dalla faina «per la macchia sottogolare giallastra e meno estesa». Fin qui il manuale.
Il guaio è duplice. Primo: già di giorno la macchia è un indizio, non una prova. L'istituto forestale del Baden-Württemberg avverte che la macchia «presenta una grande variabilità individuale in colore, forma e dimensione» e che, in rari casi, anche la faina può averla giallastra; la martora, dal canto suo, la colora con una secrezione ghiandolare che può sbiadire nel tempo. Secondo, e decisivo per chi guarda una fototrappola: quel carattere è un colore. E di notte il colore non esiste.
Qui entra lo studio più utile di tutti per l'onestà del pezzo. All'Università di Trakia, in Bulgaria, faina e martora sono state fotografate con esche su tronchi inclinati: su 280 immagini, nelle foto diurne la colorazione del mantello e della macchia era ben visibile e utilizzabile, mentre nelle foto notturne le differenze si vedevano nelle proporzioni corporee, non nella colorazione della macchia gulare. Tradotto per la fototrappola: appena scatta l'illuminatore a infrarossi e l'immagine diventa monocromatica, la carta migliore del mazzo esce dal gioco. Lo dice, in modo più prosaico, anche la scheda comparativa tedesca: «anche sulle foto (per esempio di fototrappole) non sempre tutte le caratteristiche sono riconoscibili, o la qualità dell'immagine è scarsa».
Di giorno la macchia gulare orienta; di notte, sul fotogramma a infrarossi, è quasi la prima cosa che sparisce.
Naso, corporatura, coda: cosa resta quando manca il colore

Se il colore salta, restano la forma e le proporzioni. Sono indizi più deboli, ma sono quelli su cui lo studio bulgaro dice di ripiegare di notte.
Il naso è il criterio più citato dopo la macchia: nella faina è rosa (color carne), nella martora è bruno-nerastro. L'istituto del Baden-Württemberg lo definisce «un carattere di distinzione affidabile» — a un'avvertenza: negli animali morti o nei preparati tassidermici il naso si scurisce comunque. Utile, ma anche il naso è un colore: su un fotogramma notturno in bianco e nero un naso rosa e uno bruno tendono allo stesso grigio, e questo criterio va considerato inservibile con la stessa logica della macchia (è un ragionamento nostro, basato sul fatto che l'immagine notturna è monocromatica, non un dato che le schede riferiscano all'infrarosso).
Restano allora le proporzioni. La faina appare un po' più tozza, con zampe più corte e coda relativamente più lunga; la martora è più slanciata, con zampe più lunghe, coda più corta e orecchie più grandi e triangolari. La martora è anche una scalatrice più abile e leggera, mentre la faina — la più «cittadina» delle due — è quella che di solito si vede vicino a tetti, capannoni e cataste di legna. Sono differenze reali, ma sottili: su un singolo scatto notturno, con l'animale accovacciato o di tre quarti, spesso non bastano. E c'è un'insidia stagionale: il pelo invernale gonfia la sagoma e può mascherare le proporzioni; nello studio bulgaro, in inverno, la lunghezza delle zampe è rimasta il carattere più leggibile.
Sul fotogramma notturno resta la forma dell'animale, non il suo colore: ed è dalla forma che conviene ripartire — con prudenza.
Impronte: mustelide o tasso?

Quando la foto non decide, decidono le tracce a terra — e qui si separa nettamente il gruppo delle martore da quello del tasso, che è il vero «intruso» in questa storia.
Faina e martora lasciano un'impronta piccola, vagamente felina ma con un dettaglio che il gatto non ha: le unghie si stampano. Anatomicamente il piede porta cinque dita; nell'impronta il primo dito, più arretrato, spesso non compare, così che a terra si leggono di frequente quattro cuscinetti più il cuscinetto centrale. Un particolare utile per la martora: ha le zampe fitte di pelo tra le dita, che nella neve o nel fango morbido può dare una traccia dai contorni «sfumati», sbavata — anche se la peluria plantare varia con la stagione e l'individuo, quindi non è un carattere assoluto.
Il tasso è un altro pianeta. Pur essendo anche lui un mustelide, ha corporatura e passo da animale tozzo e terricolo, quasi plantigrado. La sua impronta, spiega il Museo di Storia Naturale dell'Università di Pisa, «è simile a quella di un piccolo orso»: un grande cuscinetto centrale, i cuscinetti delle cinque dita ben visibili e unghie lunghe in fila davanti, per un'impronta lunga all'incirca 5 cm (fino a 7). Se la traccia è larga, con cinque dita allineate e unghioni robusti da scavatore, non è una martora: è un tasso.
Escrementi, latrine e segni di tana
Gli escrementi delle martore sono un altro segnale, benché infido. Sono tipicamente scuri, allungati e attorcigliati, spesso deposti in punti in evidenza — pietre, ceppi, incroci di sentiero — come marcatura di territorio. Una guida gallese sul monitoraggio della martora avverte che gli escrementi di martora possono somigliare parecchio a quelli di volpe e che senza analisi del DNA la distinzione non è sempre possibile; l'indizio migliore è l'odore, muschiato-dolciastro nella martora, diverso in quella della volpe. È una fonte britannica, riferita al solo pine marten (in Gran Bretagna la faina non è presente): nessuna scheda italiana del nostro materiale confronta con lo stesso dettaglio le feci di faina e martora, quindi qui conviene fermarsi al criterio generale e non spingersi a separare le due specie dallo scat.
Sui rifugi, la geografia aiuta più della morfologia. La martora usa cavità in alto, sugli alberi — vecchi nidi di corvidi, scoiattolo, cavità di picchio — coerente con la sua vita arboricola. Faina e tasso stanno più a terra: il tasso scava tane profonde e articolate, con materiale di scavo all'ingresso, camere con lettiera e uscite secondarie. Quelle tane sono anche un piccolo condominio: l'ISPRA ha documentato con fototrappola, nella Tenuta di Castel Porziano vicino a Roma, la coabitazione tra istrice e volpe nella stessa tana — un promemoria che davanti a un ingresso di tana la specie non è mai scontata.

Attività e stagionalità
Un motivo molto concreto per cui questi animali finiscono quasi sempre in fotogrammi notturni — con tutti i problemi visti — è che sono soprattutto crepuscolari e notturni. La faina, per giunta, cambia dieta con le stagioni: nei mesi autunnali e invernali la frutta può arrivare a costituire oltre il 60% di ciò che mangia, il che ne modifica movimenti e frequentazioni.
Sui ritmi giornalieri, la ricerca in Val Grande offre un dato italiano diretto: l'analisi della sovrapposizione di attività ha misurato una minore sovrapposizione tra martora e tasso (Δ = 0,49) che tra faina e tasso (Δ = 0,76), segno che le due martore non calcano gli stessi orari nello stesso modo. Non è un criterio di riconoscimento a sé, ma spiega perché, su una data fototrappola, si tenda a incrociare più spesso l'una che l'altra.
Se un mustelide compare quasi sempre di notte non è un caso: faina e martora sono soprattutto crepuscolari e notturne.
Il resto del «cast»: chi altro finisce nel dubbio
La coppia faina/martora è il cuore del problema, ma sulla fototrappola compaiono altri mustelidi e un roditore spinoso che meritano una riga ciascuno, perché la confusione spesso non è tra le due martore ma tra una martora e qualcos'altro.
- Tasso (Meles meles): come detto, la sagoma tozza e l'impronta da piccolo orso lo tradiscono; è diffuso in tutta la penisola ma assente dalle isole maggiori, per lo più sotto i 1.000 m sulle Alpi e i 1.350 m sugli Appennini.
- Puzzola (Mustela putorius): corpo slanciato, bruno scuro, con una maschera facciale bianca attorno a occhi e muso — il carattere che la stacca dalle martore. Legata agli ambienti umidi, rive e fossi, in Italia risulta in declino. Compare meno spesso su una fototrappola terrestre generica proprio per le sue abitudini più acquatiche.
- Ermellino e donnola (Mustela erminea e Mustela nivalis): molto più piccoli e terricoli. La regola pratica utile: l'ermellino ha la punta della coda nera e frequenta la quota, non scende quasi mai sotto i 1.000 m; la donnola è più minuta, senza coda dalla punta nera, diffusa soprattutto nei fondovalle. In un contesto di fondovalle o di casolare, un piccolo mustelide è quasi sempre una donnola.
- Istrice (Hystrix cristata): non c'è confusione possibile una volta visti gli aculei, peli modificati lunghi fino a 30 cm a bande chiare e scure — che, contrariamente alla credenza, non vengono scagliati. È il più grande roditore italiano (fino a 20 kg), in netta espansione d'areale (ormai oltre 20.000 km²) e presente solo in Italia, in Europa.

Cosa dice la legge: tre livelli di tutela
Questo capitolo per un proprietario terriero o un agricoltore non è teoria: cambia ciò che si può e non si può fare. E il punto di partenza è netto — nessuna di queste specie è cacciabile in Italia. Non compaiono nell'elenco delle specie cacciabili dell'art. 18 della Legge 157/1992 (nel testo della legge i nomi «faina» e «tasso» non ricorrono affatto), e le fonti lo confermano espressamente: la faina «non è cacciabile in Italia (Legge 157/92)», così come il tasso «è protetta e non cacciabile in Italia (L. 157/92)». Detto questo, la legge assegna a queste specie tre livelli di tutela ben distinti.
Primo livello — «particolarmente protette» (art. 2). L'art. 2 della Legge 157/1992 elenca le specie «particolarmente protette, anche sotto il profilo sanzionatorio», e tra i mammiferi cita testualmente «martora (Martes martes), puzzola (Mustela putorius)», accanto a lupo, orso, lince, lontra e gatto selvatico. Lo stesso elenco è riportato parola per parola dalla federazione venatoria nazionale. Quindi martora e puzzola stanno nel gradino più alto: colpirle comporta sanzioni aggravate. La martora è inoltre inserita nella Convenzione di Berna e nella Direttiva Habitat.
Secondo livello — protette in quanto non cacciabili. Faina, tasso, ermellino e donnola non figurano nell'elenco dell'art. 2, ma nemmeno tra le specie cacciabili: sono perciò protette nel senso ordinario, non abbattibili. Qui va sfatato un equivoco: «protetto» non significa «mai gestibile». Il tasso e l'istrice, per esempio, possono rientrare in piani di controllo numerico autorizzati ai sensi dell'art. 19 della stessa legge — come il piano triennale della Provincia di Modena — condotti dalle Regioni su parere dell'istituto nazionale (ISPRA), non tramite la caccia.
Terzo livello — la via europea (istrice). L'istrice non è nominato nell'art. 2, ma è comunque non cacciabile e per di più specie di interesse comunitario, elencata nell'Allegato IV della Direttiva Habitat (92/43/CEE) e tutelata dalla legge italiana. La conclusione pratica è la stessa — non si caccia, non si disturba — ma la base giuridica è un'altra.
Nessuno di questi animali è cacciabile: cambia però, e di molto, il livello di tutela che la legge assegna a ciascuno.
Usare la fototrappola per sbagliare meno specie

Se il singolo scatto notturno spesso non decide, il rimedio non è comprare più fototrappole: è ottenere più fotogrammi buoni per ogni passaggio, così da avere qualche immagine con l'angolazione giusta. La logica la spiega bene uno studio tedesco: la specie a volte si legge solo mettendo insieme più scatti dello stesso evento — «in un'immagine si vedono le orecchie, in una seconda la macchia sul petto, perché l'animale si è girato».
Alcuni accorgimenti, tutti replicabili su un fondo:
- Impostare video o raffiche, non lo scatto singolo. Più immagini per evento aumentano la probabilità di cogliere il profilo utile; la modalità video è particolarmente indicata per leggere la forma della macchia.
- Innescare con un'esca per trattenere l'animale. Nello studio tedesco le fototrappole con esca (tonno) o con richiamo ghiandolare hanno prodotto rispettivamente circa 7,25 e 18,7 volte più immagini per visita rispetto ai controlli. Più immagini, più chance di un buon fotogramma — con l'avvertenza che l'esca altera la frequentazione e non va usata dove si vogliono stimare abbondanze «naturali».
- Curare la posa. Collocare l'esca un po' in alto induce l'animale ad allungarsi o alzarsi sulle zampe posteriori, esponendo petto e gola. Nella faina/martora la forma della macchia è, oltretutto, un carattere individuale utile a distinguere i singoli animali.
- Sfruttare il contesto. Altezza sul terreno, quota, presenza di edifici, tipo di bosco: sono tutti elementi che, sommati, spostano la probabilità verso l'una o l'altra specie.
E la carta più solida resta il metodo: uno studio in Italia centrale che ha confrontato fototrappole, tubi-pelo e transetti di escrementi ha concluso che il fototrappolaggio era l'unico metodo davvero efficace per rilevare la martora nell'area — la martora è stata registrata da 22 delle 90 fototrappole. La fototrappola, insomma, è lo strumento giusto; va solo usata sapendo cosa può e cosa non può dire di notte.
Domande frequenti
Come si distingue la faina dalla martora su una fototrappola?
Di giorno il criterio migliore è la macchia gulare (bianca e spesso biforcata nella faina, giallastra e non biforcata nella martora) insieme al colore del naso (rosa nella faina, scuro nella martora). Di notte questi caratteri di colore spariscono nel bianco e nero a infrarossi: restano solo le proporzioni — zampe, coda, orecchie — che spesso non bastano a decidere con certezza.
Perché di notte è così difficile?
Perché la fototrappola, con poca luce, riprende all'infrarosso e produce un'immagine monocromatica. Uno studio bulgaro ha verificato che nelle foto notturne la colorazione della macchia gulare non è distinguibile, mentre lo sono solo le differenze di proporzione corporea. In pratica il criterio principale è quello che la notte cancella per prima.
La macchia sulla gola basta da sola per essere sicuri?
No. Presenta forte variabilità individuale in colore e forma, con eccezioni note (rare faine giallastre; colore della martora che sbiadisce), e sul fotogramma notturno il colore non è leggibile. Un rilevamento in Kosovo ha addirittura trattato le due specie come una sola perché spesso indistinguibili in fototrappola.
Come si riconosce un tasso da una faina o martora?
Il tasso è molto più tozzo e terricolo, quasi plantigrado, e lascia un'impronta larga «da piccolo orso» con cinque dita e unghie lunghe, intorno ai 5 cm. Le martore hanno impronte piccole, quasi feline ma con le unghie visibili, e la martora ha pelo tra le dita che «sfuma» la traccia.
Faina e martora si possono cacciare o rimuovere se fanno danni?
No, non sono cacciabili: la faina e il tasso non compaiono tra le specie cacciabili della Legge 157/1992. In caso di danni conclamati, per specie come tasso e istrice si può ricorrere a piani di controllo autorizzati dalla Regione su parere dell'ISPRA (art. 19), non alla caccia. La martora, inoltre, è «particolarmente protetta» con sanzioni aggravate.
Che cosa aumenta le probabilità di una buona identificazione?
Impostare video o raffiche invece dello scatto singolo, e trattenere l'animale con un'esca posta in alto per fargli esporre il petto: nello studio tedesco l'esca ha moltiplicato fino a circa 18,7 volte le immagini per visita, e più immagini significano più occasioni di cogliere l'angolo giusto.