Si entra nel capanno quando è ancora buio. Un'ora prima che il cielo cambi colore, la sagoma umana deve già essere sparita dietro il telo mimetico, immobile, in silenzio, con il teleobiettivo puntato sul prato vuoto. Poi si aspetta. È la parte che nessuno fotografa: l'attesa al freddo, le gambe che si intorpidiscono, la disciplina di non muoversi. Ma è anche il segreto di quasi tutte le grandi immagini di fauna selvatica che si vedono in giro. L'animale non si è avvicinato al fotografo. Il fotografo è diventato invisibile.
L'appostamento — cioè nascondersi in un riparo e lasciare che sia la fauna a venire — è, dopo la fotografia vagante, la tecnica più usata per riprendere gli animali, proprio perché «nascondersi ai loro sensi consente di facilitare l'avvicinamento fino a tiro di teleobiettivo». E qui c'è una coincidenza fortunata: la stessa cosa che rende il capanno efficace lo rende anche etico. La sua intera logica è non essere percepiti — non spaventare, non far fuggire, non alterare il comportamento. Fatto bene, l'appostamento è insieme la via per la foto migliore e la via che disturba di meno.
Questo articolo mette in fila tutto ciò che serve: i tipi di capanno e dove metterli, la luce e le impostazioni, i soggetti italiani stagione per stagione, e — con la stessa serietà — le regole di legge e di deontologia che in Italia governano il disturbo della fauna. Perché la parte scomoda va detta subito: alcune delle tecniche che seguono, usate nel posto o nel momento sbagliato, non sono soltanto scortesi. Sono vietate.
Perché il capanno, e quali capanni esistono
Gli animali percepiscono prima il movimento, poi la sagoma, infine i colori. Un capanno interviene su tutti e tre i livelli: annulla il movimento del fotografo, ne nasconde la forma, e — se ben costruito — trattiene anche odori e rumori. Non è un'esagerazione: per le specie più diffidenti «senza un capanno è impossibile sperare il loro avvicinamento fino a una distanza fotograficamente accettabile». La scelta del tipo di riparo è il primo bivio.
- Appostamento semplice. Nessun capanno vero e proprio: solo abbigliamento mimetico o una rete, usato per esplorare una zona o quando non si ha un punto preciso dove aspettare. Dura poco, di solito al massimo un'oretta.
- Capanno mobile. Una struttura smontabile e portatile, con intelaiatura in alluminio e telo mimetico, che montata diventa un parallelepipedo alto circa 170-180 cm e largo 100-120 cm per lato. È il riparo più usato dai fotografi naturalisti. Il difetto: comparso all'improvviso in mezzo a un campo, un capanno mobile spaventa gli animali quanto una persona, perciò va nascosto sfruttando alberi, siepi e boschetti.
- Nascondiglio fisso temporaneo. Un piccolo riparo costruito sul posto con materiali di recupero, che resta lì: gli animali vi si abituano in pochi giorni. È la soluzione classica per una sponda frequentata da un martin pescatore, dove un capanno mobile rischierebbe di spaventarlo a ogni visita.
- Capanno fisso. In legno, anche di 2-2,5 m × 1-1,5 m, in genere su proprietà privata o dove si hanno i permessi; è quello dei giardini con mangiatoie e delle oasi naturalistiche.
- Capanni speciali. Il galleggiante, per fotografare l'avifauna acquatica all'altezza dell'acqua; il basso o seminterrato, per stare al livello di limicoli e soggetti a terra. La regola di composizione è sempre la stessa: l'ideale è avere il soggetto sulla stessa linea dell'obiettivo, non ripreso dall'alto.
- L'auto. Un «capanno a quattro ruote»: gli animali delle zone antropizzate sono abituati alle vetture e le tollerano più di una persona a piedi.
Due dettagli costruttivi fanno la differenza fra un capanno che funziona e uno che tradisce. Le feritoie vanno tenute ampie e coperte con rete a maglie fitte (tipo frangivento), così il fotografo vede fuori ma da fuori non si vede dentro, soprattutto se l'interno è buio. E per le specie più sospettose — lupi, rapaci diurni — la soluzione migliore sono i vetri a specchio: l'obiettivo resta all'interno, per cui anche muovendolo l'animale non percepisce alcun movimento, e il capanno risulta quasi insonorizzato e a tenuta d'odori. Perché il mimetismo non è solo visivo: è anche acustico e olfattivo. I mammiferi ci individuano soprattutto con l'olfatto, e conviene coprire ogni parte del corpo, evitare profumi e dopobarba, e togliere di dosso qualunque oggetto che tintinni.
Esistono anche strutture pronte all'uso, gestite da oasi e riserve, che risolvono a monte il problema del disturbo. Le Valli di Argenta, nel Delta del Po ferrarese, mettono a disposizione su prenotazione quattro capanni fotografici mimetizzati — Abbeverata, Arca, Limicoli e Poiana — collocati in punti diversi per riprendere limicoli, rapaci, passeriformi e ardeidi. È un modello che risponde alla domanda dichiarata dalla stessa oasi: «come si può conciliare la fotografia e la conservazione della biodiversità?». Sull'altro versante c'è l'offerta commerciale, come i capanni sulla Majella: quelli «leggeri», costruiti con materiale locale settimane prima dell'uso in modo che risultino innocui per la fauna, e uno fisso attivo dal 2018, con vetri spia e possibilità di pernottamento. Sono tutte varianti di una stessa idea: un riparo già collaudato, dove la parte etica è stata pensata da chi lo gestisce.
Tutto, nel capanno, serve a un solo scopo: far sì che l'animale non sappia mai di essere fotografato.
Posizionamento, luce e sfondo
Un capanno piazzato male non si recupera con nessuna postproduzione. Il posizionamento va progettato in funzione di tre elementi: la luce, il punto in cui compariranno gli animali e lo sfondo.
La luce prima di tutto. La regola è netta e non ha eccezioni: il sole deve stare sempre alle spalle del capanno. Ne discende una conseguenza pratica che sorprende chi è alle prime armi: un capanno orientato per la buona luce del mattino (feritoie verso ovest) al pomeriggio si ritrova in controluce, e viceversa. Conviene quindi decidere in anticipo se sarà una postazione dell'alba o del tramonto. Nelle oasi con più capanni, la scelta si fa proprio così: direzione della luce, presenza di animali davanti alla struttura, e il fatto che gli uccelli sono più attivi al mattino presto e nel tardo pomeriggio, scomparendo spesso nelle ore centrali.
Poi la geometria. La distanza tra il capanno e il punto in cui passerà il soggetto — un posatoio, un punto d'acqua — è proporzionale alla focale disponibile: con un 600 mm si dimezza rispetto a un 300 mm. Ed è proporzionale anche alla taglia dell'animale, perché un ungulato si fotografa da più lontano di un rapace, e un rapace da più lontano di un piccolo passeriforme. Lo sfondo, infine, va scelto con cura quanto il soggetto: più è distante dal punto in cui compare l'animale, più risulterà sfocato e pulito. Portare fotocamera e obiettivo sul posto e fare qualche prova, prima di costruire il set, evita amare sorprese.
C'è poi il momento più delicato di tutti, e riguarda l'etica quanto la tecnica: entrare e uscire senza farsi scoprire. Con i passeriformi non è un problema, ma con certi rapaci diurni e con molti mammiferi il modo in cui si accede al capanno decide l'intera giornata. Se da un campo passano lupi all'alba, o se si è allestito un set per un'aquila reale, la presenza umana evidente basta a far sparire i soggetti: in questi casi «è dunque fondamentale posizionare il capanno mobile o entrare nel capanno fisso la mattina presto quando è ancora buio, così da non allarmare in nessun modo i soggetti». E anche il percorso di avvicinamento va nascosto, sfruttando siepi e boschetti per arrivare senza stagliarsi allo scoperto. La stessa attenzione vale in uscita: si esce quando gli animali se ne sono andati, non prima.

L'auto come capanno
Quando gli animali frequentano una zona molto vasta, il capanno fisso diventa poco pratico e l'auto si rivela il nascondiglio ideale, perché riduce sensibilmente la distanza di fuga. La tecnica, però, ha le sue regole. Ci si avvicina lentamente, controllando di continuo i segnali d'allarme; si aprono i finestrini anteriori e si appoggia la fotocamera su un cuscino antivibrazione; si evitano frenate brusche. Il punto chiave lo conosce chi lo ha provato: arrivati a tiro, non si spegne subito il motore, ma lo si lascia acceso finché l'animale non si è tranquillizzato, e solo allora lo si spegne restando immobili. Gli uccelli, infatti, distinguono benissimo un'auto in movimento da una ferma: finché la vettura si muove restano tranquilli, ma appena si arresta prendono il volo. Un buon trucco è farsi guidare da un compagno, per dedicarsi soltanto allo scatto.
Il sole alle spalle, l'ingresso col buio, l'uscita dopo gli animali: la fotografia dal capanno è fatta più di orari che di attrezzatura.
La luce, dal controluce alla notte
La luce è «la materia prima della fotografia», e non basta averne a disposizione per fare buone foto: contano la quantità, la direzione, la temperatura colore e la qualità. Due indicazioni valgono più di ogni altra. La prima: la luce radente dell'alba e del tramonto «aumenta la nitidezza e la profondità di una foto» e trasforma soggetti apparentemente banali. La seconda: se le foto risultano piatte, quasi sempre è perché sono state scattate nelle ore centrali della giornata — quelle in cui, non a caso, gli animali si vedono meno. Anche il controluce, se ben esposto, non è un problema da evitare ma una risorsa: all'alba il cielo luminoso diventa uno sfondo perfetto per le silhouette.
Un esempio concreto di come queste condizioni si traducano in impostazioni: un fotografo appostato nella vegetazione con abbigliamento mimetico, all'alba di inizio settembre sull'Appennino tosco-emiliano, cercava il cervo e si è ritrovato davanti un capriolo. Con una reflex APS-C e un 150-600 mm a 500 mm ha lavorato a ISO 800, f/8 e 1/100 di secondo — un tempo rischioso ma gestito, accettando la scarsa luce tipica dei momenti migliori per incontrare gli animali. È la normalità della fotografia naturalistica: la luce buona e la fauna attiva coincidono nelle ore in cui fotografare è più difficile.
E quando la luce sparisce del tutto? Molti soggetti italiani — la volpe, i rapaci notturni — sono attivi di notte, e qui la tecnica cambia. Di notte non si fanno appostamenti veri e propri: si lavora soprattutto in fotografia vagante, spesso dall'auto, usando il flash. Ma è proprio qui che l'etica entra nelle impostazioni. Una torcia media (1000-2000 lumen) a distanza ravvicinata può abbagliare un animale notturno: la regola è non puntare mai una luce fissa per più di 5-10 secondi, giusto il tempo di inquadrare e mettere a fuoco, poi spegnerla. Il flash abbaglia più difficilmente, ma anche con soggetti confidenti «ottenute le prime 2-3 foto è bene interrompere ed allontanarsi». E nei set automatici il flash va posizionato a 45°, mai frontale, e a potenza ridotta. C'è persino un limite di buon senso su cosa fotografare: un uccello diurno sorpreso a dormire di notte — uno sparviere, un rigogolo — non va disturbato, «perché il disturbo potrebbe essere grave». Sul piano puramente tecnico, per la notte con flash si tiene la fotocamera in manuale, tempi di sincronizzazione fra 1/180 e 1/250, diaframma fra f/5,6 e f/8, e ISO alti — 800 su una APS-C, fino a 1200-1600 su una full-frame — così da poter usare il flash a potenza ridotta.

La distanza di fuga, e cosa dice davvero
Ogni animale mantiene una distanza di sicurezza oltre la quale fugge: è la distanza di fuga, innata, che varia enormemente da specie a specie e con il contesto. Capirla è la competenza che separa il fotografo dal disturbatore, perché indica esattamente il confine da non superare.
Diverse regolarità aiutano a leggerla. La distanza di fuga è più breve in città che in campagna, perché le popolazioni urbane si abituano alla presenza umana. Aumenta nel corso della giornata, ed è correlata alla sazietà: meno fame, più vigilanza — motivo per cui il mattino presto, oltre alla luce migliore, offre un avvicinamento più facile. È maggiore per gli uccelli grandi, che hanno più bisogno di energia al decollo. E cala quando ci si avvicina in pochi: un gruppo di fotografi viene percepito come un branco di predatori, per cui conviene lavorare da soli o al massimo in due. Un dato quantitativo, da prendere per quello che è — un singolo studio in un contesto lontano dal nostro — dà la misura del fenomeno: uno studio del 2024 nella valle di Kathmandu, in Nepal, su 33 specie, ha misurato una distanza di fuga media di 5,86 m in ambiente urbano contro 10,36 m in ambiente rurale, confermando che essa aumenta nel tardo pomeriggio e con la taglia dell'uccello, e diminuisce con la dimensione dello stormo. Non sono numeri da applicare all'Italia — dove peraltro la distanza di fuga tende a essere più alta che nel Nord Europa — ma la direzione è quella. Un dettaglio dello stesso studio interessa direttamente chi fotografa: i ricercatori vestivano colori neutri e non usavano la macchina fotografica prima di misurare, «perché usare una fotocamera può evocare una distanza di fuga più lunga». Alzare il teleobiettivo, per un uccello, è già un gesto sospetto.
Qui va segnalata una trappola, perché è il punto in cui la tecnica e l'etica rischiano di divergere. Nella stagione riproduttiva la distanza di fuga si accorcia: le cure parentali costano tanta energia, e questo rende gli adulti più tolleranti verso gli intrusi. Ma una minore distanza di fuga non significa minore disturbo. Un uccello che non vola via non è indisturbato: può «congelarsi» sul nido invece di fuggire, e nel farlo lascia uova e piccoli esposti. Il fatto che tolleri l'avvicinamento vuol dire soltanto che il prezzo della presenza umana lo pagano la covata e la nidiata. Non a caso, in quello studio, i ricercatori non si avvicinavano affatto agli uccelli «che trasportavano materiale per il nido, nidificavano o accudivano i piccoli».
C'è infine una riflessione più larga, che vale la pena di tenere presente. Il naturalista Armando Gariboldi osserva che un animale che fugge dall'uomo anche da grandi distanze, che lo evita o che arriva a cambiare le proprie abitudini per non incontrarlo, «più che selvatico è soprattutto… terrorizzato»: non è un segno di naturalità, ma di uno stress da disturbo così diffuso da aver modificato i comportamenti di intere popolazioni. Una distanza di fuga enorme, insomma, non è una buona notizia. È il conto di come, come specie, ci siamo comportati.
Una minore distanza di fuga non è un permesso ad avvicinarsi: nel periodo del nido, quel prezzo lo pagano le uova.
I soggetti italiani, stagione per stagione

Il capanno non è un fine, è un mezzo: cambia con la specie e con il calendario. Vale la pena di ragionare per soggetti, perché ognuno impone il suo appostamento.
Cervo e capriolo. L'autunno è la stagione del cervo, e il periodo del bramito lo rende meno prudente e più facile da riprendere. L'appostamento classico è essenziale: un telo mimetico teso fra due alberi, il teleobiettivo, il cavalletto, un telo per isolarsi dall'umidità del suolo, e molta pazienza. Ma la vera preparazione avviene prima, con i «giri a vuoto nel bosco per capire cosa passa, interrogando la terra» attraverso le tracce lasciate nella notte. Un fotografo che lavora nelle Dolomiti lo sintetizza in una frase che dovrebbe stare all'ingresso di ogni capanno: «Fotografare in maniera etica significa fondersi con l'ambiente, arrivare prima degli animali e andarsene via dopo di loro». E ne trae la conseguenza pratica: disturbarli «significa far perdere il piccolo in grembo al capriolo o l'abbandono del nido da parte del picchio nero», e inseguirli significa costringerli a sprecare energie preziose per l'inverno. Per chi vuole approfondire l'osservazione del cervo in amore, il fenomeno del bramito merita un discorso a sé Il bramito del cervo: dove e quando vivere la stagione degli amori.
Volpe e mammiferi notturni. Sono soprattutto soggetti da notte e da fotografia vagante, con i limiti su torce e flash visti sopra: pochi scatti, luce breve, mai un accanimento.
Rapaci diurni e notturni. Sono fra i soggetti più ambiti e più sensibili — e su questo la deontologia è unanime, come si vedrà. La stagionalità è marcata: chi organizza capanni tematici propone l'allocco in volo ad aprile-maggio, l'assiolo a luglio, l'upupa a maggio-giugno. Ma proprio i rapaci impongono la massima cautela sul disturbo al nido.
Uccelli acquatici. È il regno del capanno per eccellenza — laghi, lagune, stagni, paludi — dove senza un riparo l'avvicinamento è impossibile. Le aree gestite del Delta del Po offrono itinerari e capanni dedicati proprio a questo.
Il martin pescatore. Merita un paragrafo perché è una lezione di metodo. È territoriale, si muove sempre lungo gli stessi percorsi ed è estremamente sensibile al movimento: qualsiasi avvicinamento lo mette in fuga. La chiave è il posatoio, un ramo posto a 1,5-2 m sopra l'acqua da cui l'uccello osserva le prede e si tuffa. Conoscere il punto da cui caccia regolarmente rende tutto più facile. Un fotografo racconta di aver individuato la zona lungo un canale e di aver sostituito al paletto marcescente usato dal martin una più fotogenica tifa, poi di aver atteso in raffica con la messa a fuoco manuale già impostata sul posatoio, scattando 1/6400, f/8 a 3200 ISO. C'è però un dettaglio comportamentale che è anche etico: quando l'uccello arriva sul posatoio non si scatta subito, perché «è proprio in quei momenti che il Martin pescatore è più vigile che mai» e un movimento improvviso lo farebbe fuggire; gli si lasciano alcuni secondi per sistemarsi.
Che si tratti del martin pescatore o del cervo, la fotografia dal capanno premia chi conosce il soggetto: il posatoio o il passaggio giusto si individuano giorni prima, non per fortuna.
Etica e legge: il disturbo non è un dettaglio
Fin qui la tecnica ha continuato a incrociare l'etica. Ora conviene mettere in chiaro le regole, perché in Italia — a differenza di quanto molti credono — disturbare la fauna non è solo maleducazione: in diversi casi è illecito. L'associazione dei fotografi naturalisti italiani lo dice senza giri di parole: «l'etica del fotonaturalista scaturisce proprio dalla conoscenza e senza di essa egli rischia di trasformarsi in vandalo».
Il quadro giuridico poggia su tre pilastri, che conviene tenere distinti ma leggere insieme. La Legge 157/1992, all'articolo 21, vieta a chiunque di «distruggere o danneggiare deliberatamente nidi e uova, nonché disturbare deliberatamente le specie protette di uccelli». È il divieto nazionale, e riguarda direttamente chi fotografa. A monte c'è la Direttiva Uccelli europea, che impone il divieto «di disturbarli deliberatamente in particolare durante il periodo di riproduzione e di dipendenza». E per i mammiferi e le altre specie protette c'è il DPR 357/1997, il regolamento «Habitat», che all'articolo 8 vieta di «perturbare tali specie, in particolare durante tutte le fasi del ciclo riproduttivo o durante l'ibernazione, lo svernamento e la migrazione», nonché di danneggiare i siti di riproduzione e le aree di sosta. Tre norme diverse, un unico messaggio: il periodo riproduttivo è quello in cui il disturbo pesa di più, ed è proprio quello in cui la legge alza la guardia.
Nelle aree protette il livello di tutela sale ancora, con regolamenti propri. Il Parco Nazionale del Gran Paradiso, per esempio, vieta i percorsi fuoristrada con mezzi motorizzati anche su sentieri e strade forestali, e stabilisce che «l'uso di apparecchi radio, televisivi e simili nonché l'impiego di strumenti produttivi di emissioni luminose devono avvenire in modo da non arrecare disturbo alla quiete dell'ambiente naturale, alle persone e alla fauna». La regola di condotta per i visitatori è ancora più diretta: dopo un lungo inverno, stambecchi e camosci hanno pochi mesi estivi per nutrirsi in vista della riproduzione, perciò «non bisogna avvicinarsi: osservateli da lontano, così che possano mangiare in pace». Nello stesso parco il sorvolo con qualunque mezzo — droni compresi — costituisce reato ai sensi della legge quadro 394/1991 sulle aree protette, perché disturba proprio gli ungulati di montagna. Chi progetta un appostamento dentro un parco o in un sito della rete Natura 2000 (ZSC, ZPS) deve quindi informarsi prima presso l'ente gestore: il capanno, i tempi e i percorsi possono essere soggetti ad autorizzazione, e in periodo riproduttivo certe zone sono semplicemente chiuse.
Perché tutto questo non è formalismo lo dicono i dati. In un fascicolo del 2024 dell'ISPRA, l'istituto nazionale per la ricerca ambientale, si legge uno studio sulle marmotte del Parco Nazionale dello Stelvio: la frequentazione turistica dei sentieri, per quanto elevata a luglio e agosto, non incide in modo significativo sui loro ritmi, perché la marmotta «mostra un buon grado di abituazione ad un disturbo prevedibile e controllabile». Ma «in tutti i casi in cui il disturbo antropico non si limita al passaggio lungo i sentieri, ma esce dai tragitti consueti per avvicinare le marmotte, queste modificano in modo netto la loro permanenza all'esterno della tana e riducono il tempo dedicato all'alimentazione». È la spiegazione, in una riga, di perché restare sul sentiero e restare nel capanno conta: un disturbo prevedibile si tollera, un inseguimento no, e meno tempo per mangiare significa meno probabilità di superare l'inverno.
Lo stesso fascicolo racconta come si monitora l'aquila reale, una specie «sensibile al disturbo antropico», in una riserva dell'Appennino centrale: attraverso «osservazioni periodiche da appostamento», da un punto favorevole e «a distanza tale da non arrecare disturbo», mentre un'ordinanza comunale — rinnovata ogni anno dal 1992 — chiude un tratto di sentiero sotto il nido dal 15 febbraio al 15 agosto. Vale la pena di fermarsi su questo: perfino chi studia l'aquila per mestiere la osserva da un capanno, a distanza, e per proteggerla chiude il sentiero in stagione riproduttiva. È l'esatto contrario della «smania di carpire immagini uniche di un accoppiamento o di una cova» che, avverte il progetto di conservazione del capovaccaio, «può impedire l'insediamento di coppie riproduttive o, peggio ancora, portare all'abbandono della cova ed al fallimento della riproduzione».
Perfino chi studia l'aquila reale per mestiere la fotografa da un capanno, a distanza, e in stagione di nido chiude il sentiero: è il modello, non l'eccezione.
Foraggiamento, richiami e capanni in area protetta

Restano tre tentazioni che vale la pena affrontare a viso aperto, perché sono le scorciatoie che rovinano le foto oneste e, a volte, infrangono la legge.
La prima è il foraggiamento, cioè attirare gli animali con il cibo per averli a tiro. La deontologia lo condanna in modo unanime: le linee guida internazionali dei fotografi naturalisti prescrivono di non usare mai un mammifero vivo come esca e ricordano che «le ricerche attuali mostrano che attirare i gufi con esche provoca un'abitudine dannosa»; la guida di Audubon vieta di adescare rapaci — falchi, gufi, aquile — con esche vive o morte; e i fotografi italiani bollano come «scorretto il comportamento di quei fotografi che con il cibo e attrattive varie condizionano il comportamento dei selvatici pur di ottenere delle facili fotografie». Ma in Italia non è solo una questione di stile. Fornire cibo ai cinghiali è diventato reato, perseguibile penalmente, dal dicembre 2016: le sanzioni vanno da 516 a 2.065 euro e, nei casi più gravi, si arriva all'arresto. Il motivo non è astratto: il foraggiamento aggrega gli animali, aumenta il rischio di trasmissione di malattie e avvicina la fauna ai centri abitati.
La seconda è l'uso dei richiami acustici. Sui rapaci, in particolare, la raccomandazione è netta: la riproduzione dei loro versi non andrebbe usata, perché quando un uccello lascia il nido per inseguire o difendere il territorio da un rivale percepito, uova e pulli restano esposti a predatori e intemperie. Vale la pena ricordare che la Legge 157/1992 pone limiti severi anche ai richiami acustici a funzionamento elettromagnetico.
La terza riguarda il capanno in area protetta. Anche il riparo più innocuo, in un parco, va concordato: alcune riserve, come si è visto, chiudono per legge le aree sensibili nel periodo riproduttivo. E i fotografi esperti aggiungono una regola spesso ignorata: verificare sempre se l'uso di capanni mobili è consentito o vietato, e prendere visione dei regolamenti regionali, perché in alcune regioni l'avvicinamento alle zone di nidificazione è sanzionato. Il principio di fondo lo riassume bene chi lo pratica: la fotografia naturalistica dovrebbe avere «una forte componente etica», e quando mancano le condizioni di tutela la scelta giusta è non scattare. Come ricorda un altro autore, se una specie è protetta bisogna sapere quali sono i disturbi da evitare, «e, se tra questi c'è la presenza umana, bisogna astenersi dall'avvicinarsi e dal fotografarli».
Quando nell'inquadratura finisce una persona
C'è un ultimo capitolo di legge che i fotografi naturalisti spesso dimenticano, ed è quello che scatta quando lungo il sentiero davanti al capanno passa un escursionista, o quando la fototrappola lasciata a bordo di un percorso pubblico riprende, oltre alla volpe, anche le persone. Qui il tema non è più il disturbo alla fauna, ma la privacy e il diritto all'immagine — due regimi diversi che non vanno confusi.
Il primo è il diritto all'immagine. L'articolo 96 della legge sul diritto d'autore stabilisce che «il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa». Fotografare in luogo pubblico è generalmente lecito; i limiti riguardano l'uso dell'immagine, non lo scatto in sé. C'è però un'eccezione che salva quasi tutte le foto naturalistiche: quando la persona è un elemento secondario dello scatto — il paesaggio, l'ambiente, e la figura umana è solo di contorno, ancorché riconoscibile — non si è nell'ambito del ritratto, e il consenso ex articolo 96 non è necessario. L'escursionista lontano che attraversa il prato mentre si fotografa il cervo, insomma, di norma non è un problema; lo diventerebbe se fosse lui il soggetto della foto, o se l'immagine venisse sfruttata commercialmente.
Il secondo regime è il GDPR: l'immagine di una persona riconoscibile è un dato personale, e questo conta soprattutto per la fototrappola, che è a tutti gli effetti un sistema di videosorveglianza. Il Garante privacy chiarisce che per installare telecamere non serve alcuna autorizzazione, ma il titolare deve valutarne liceità e proporzionalità, informare chi transita nell'area sorvegliata e conservare le immagini solo per il tempo necessario. E soprattutto: una ripresa privata deve limitarsi «ai soli spazi di propria esclusiva pertinenza», escludendo aree comuni o di terzi, ed «è vietato altresì riprendere aree pubbliche o di pubblico passaggio». Il Comitato europeo per la protezione dei dati è ancora più esplicito: l'esenzione per uso domestico non si applica a un sistema che si estende «anche se solo parzialmente, allo spazio pubblico». Tradotto per chi mette una fototrappola: se l'obiettivo inquadra un sentiero pubblico o il fondo del vicino, si è dentro il GDPR, con tutti gli obblighi che ne derivano. La soluzione pratica è la più semplice — puntare la fototrappola verso l'interno del proprio terreno, o comunque lontano dai passaggi umani — ed è anche quella che dà foto di fauna migliori.

La fototrappola come sopralluogo
C'è un modo elegante di risolvere quasi tutti i problemi visti finora — trovare il sito giusto, ridurre le visite, non disturbare — e non richiede di stare nel capanno: usare prima una fototrappola per capire dove e quando piazzarlo. È l'anello che unisce la fotografia dal capanno e il fototrappolaggio.
Il sopralluogo si fa camminando la zona di giorno, meglio il giorno dopo una leggera nevicata o una pioggia, quando le tracce si leggono bene, e studiando le orme e i «sentieri» degli animali. Un principio guida: ogni giorno gli animali devono bere, quindi molto spesso scendono verso torrenti e pozze — ottime candidate per un appostamento. Imparare a riconoscere i segni aiuta a scegliere: la terra smossa dai cinghiali, le piante rovinate dalle corna dei caprioli. La fototrappola si fissa a un albero a 50-100 cm dal suolo, orientata verso Nord così che il sole non attraversi mai l'inquadratura falsando gli scatti, e con l'area davanti ripulita da rami che, muovendosi, la farebbero scattare a vuoto. Lasciata a lavorare per qualche giorno o settimana, restituisce esattamente ciò che serve: quali specie passano, da dove e a che ora. A quel punto il capanno si piazza con cognizione di causa.
Anche il fototrappolaggio, però, ha la sua deontologia, e ricalca quella dell'appostamento. Non si mettono fototrappole davanti a nidi e tane, né sui siti di ritrovo dei cuccioli di lupo. Gli attrattivi alimentari e olfattivi, pur non sempre vietati per legge, sono fortemente sconsigliati fuori dalla ricerca scientifica. E la frequenza dei controlli va tenuta bassa — al massimo uno a settimana — perché ogni visita lascia tracce e odori, e con specie elusive come il lupo conviene ridurla ancora.
Qui entra in gioco anche la mole di materiale che uno scouting produce: giorni di riprese con moltissimi fotogrammi vuoti o inutili da spulciare.
La foto migliore dal capanno comincia settimane prima, quando è la fototrappola a fare il sopralluogo — senza lasciare sul sito né presenza né odore umano.
Il resto è la parte che nessuna tecnologia sostituisce: entrare col buio, restare immobili, aspettare. E ricordarsi, ogni volta, che l'obiettivo non è soltanto la fotografia. È tornare a casa avendo lasciato il bosco esattamente come lo si è trovato.
Domande frequenti
Che tipo di capanno serve per iniziare a fotografare la fauna?
Per la maggior parte delle situazioni il capanno mobile — una struttura smontabile in alluminio e telo mimetico, alta circa 170-180 cm — è il più versatile, perché si trasporta e si nasconde sfruttando la vegetazione. Per una sponda frequentata da un soggetto fisso, come il martin pescatore, conviene invece un piccolo nascondiglio fisso a cui l'animale si abitua in pochi giorni. E l'auto resta un ottimo capanno per gli animali già abituati al traffico.
Come si orienta il capanno rispetto alla luce?
Il sole deve stare sempre alle spalle del capanno: un riparo con le feritoie a ovest avrà buona luce al mattino e controluce al pomeriggio, e viceversa, quindi conviene decidere in anticipo se sarà una postazione dell'alba o del tramonto. Le ore migliori sono comunque quelle radenti dell'alba e del tardo pomeriggio, quando gli animali sono anche più attivi.
È legale fotografare la fauna selvatica disturbandola?
No, quando il disturbo è deliberato e riguarda specie protette. La Legge 157/1992 vieta di disturbare deliberatamente gli uccelli protetti e di danneggiare nidi e uova, la Direttiva Uccelli e il DPR 357/1997 vietano di perturbare le specie protette soprattutto nel periodo riproduttivo, e nei parchi valgono regolamenti ancora più restrittivi. Il periodo del nido è quello in cui la tutela è massima.
Si può usare il cibo per attirare gli animali da fotografare?
È fortemente sconsigliato dalla deontologia e, per i cinghiali, è diventato reato dal 2016, con sanzioni da 516 a 2.065 euro e, nei casi gravi, l'arresto. Attirare i rapaci con esche è vietato dalle principali guide etiche perché ne altera il comportamento in modo dannoso.
Cosa succede se nella foto o nella fototrappola compare una persona?
Se la persona è un elemento secondario del paesaggio, il consenso ex articolo 96 non è necessario; lo diventa se è il soggetto della foto o se l'immagine è sfruttata commercialmente. Per la fototrappola, che è un sistema di videosorveglianza, l'obiettivo non deve inquadrare aree pubbliche o di passaggio: puntarla verso l'interno del proprio terreno evita gli obblighi del GDPR.
Come si trova il punto giusto dove piazzare il capanno?
Con un sopralluogo, meglio se aiutato da una fototrappola lasciata qualche giorno sul posto: si percorre la zona di giorno leggendo tracce e sentieri degli animali, si individuano i passaggi e i punti d'acqua, e si posiziona la fototrappola a 50-100 cm da terra per capire quali specie passano e a che ora, prima di impegnare un capanno.