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Gatto selvatico o gatto domestico? La coda, il mantello e perché un solo fotogramma spesso non basta

Un gatto selvatico dal mantello grigio-ocra poco striato attraversa una radura ai margini del bosco al crepuscolo, mostrando la coda folta e anellata di nero

Sul fotogramma c'è un gatto grosso, dalle righe scure, che attraversa una radura di notte o cammina lungo un muretto ai margini del bosco. Somiglia a un soriano robusto, eppure qualcosa non torna: la coda è troppo folta, troppo tozza, con la punta nera. E parte la domanda che prima o poi arriva a chiunque tenga una fototrappola in un bosco di collina o di montagna — gatto selvatico o gatto domestico?

La risposta onesta è che la coda dice quasi tutto, ma quasi non è tutto. Il gatto selvatico europeo (Felis silvestris silvestris) «risulta molto simile a quello di un grosso gatto domestico soriano», e solo un insieme di caratteri, se presenti tutti insieme, permette di «definirlo con sicurezza». Il guaio è che gatto selvatico e gatto domestico appartengono alla stessa specie, si incrociano e generano prole fertile: dove le due sottospecie convivono nascono ibridi che indossano, in tutto o in parte, l'abito del selvatico. Ecco perché anche il progetto nazionale coordinato dall'ISPRA classifica ogni osservazione su tre livelli di certezza, e perché una riserva che ha appena documentato un gatto selvatico ammette che la conferma «si basa soprattutto sulla coerenza e sulla qualità delle numerose evidenze visive raccolte nel [tempo]», non su un singolo scatto fortunato.

Questo articolo mette in fila i caratteri che una fototrappola può davvero cogliere — la coda per prima, poi il mantello e la corporatura — e dice con altrettanta chiarezza dove il singolo fotogramma si ferma. Chi monitora un'area, alimenta un progetto di citizen science o semplicemente vuole capire cosa è passato davanti all'obiettivo ha bisogno esattamente di questo: sapere quando può dire «gatto selvatico» e quando deve fermarsi a «forse».

Perché distinguerli è così difficile

Il punto di partenza spiazza chi si aspetta due animali diversi: il gatto selvatico europeo e il gatto domestico sono la stessa specie. Il gatto domestico (Felis silvestris catus) deriva dal gatto selvatico nord-africano (Felis silvestris lybica), da cui è stato addomesticato nella «mezza luna fertile» a partire da 13.000–10.000 anni fa; è geneticamente ed etologicamente vicinissimo al selvatico europeo. Le analisi genetiche moderne hanno mostrato che gatto domestico, selvatico europeo e selvatico africano appartengono a un'unica specie polimorfica, distinguendosi «solo a livello sottospecifico».

Appartenere alla stessa specie significa una cosa precisa: sono interfecondi e danno «prole fertile». In natura barriere ecologiche e comportamentali di solito limitano gli incroci, ma nelle aree antropizzate vicine a popolazioni selvatiche, o nelle zone di recente colonizzazione, gli accoppiamenti avvengono, «con conseguente introgressione di geni domestici nel patrimonio genetico selvatico». Il museo che guida il progetto nazionale — il Museo di Storia Naturale della Maremma — lo dice senza giri di parole: è proprio «la sua somiglianza con il gatto domestico [...] e la possibilità di incrocio fertile tra i due» a rendere «spesso difficile riconoscere un gatto selvatico da un domestico o da un incrocio».

C'è poi il problema pratico della fototrappola. Il gatto selvatico è «relativamente raro, vive a basse densità ed è particolarmente elusivo»; in Italia la densità è «in genere molto bassa (0,03 individui/km²)» e sale a 0,3–0,5 solo in condizioni di particolare integrità ambientale. È solitario, territoriale e notturno. Ne consegue che quasi tutte le immagini utili arrivano di notte, all'infrarosso, con un animale in movimento — le condizioni peggiori per leggere un mantello. Non stupisce che l'Aree Protette Alpi Marittime avverta che distinguere un gatto selvatico da uno domestico «non è un gioco da ragazzi: a volte neanche una fotografia ad alta definizione può essere determinante».

Gatto selvatico e gatto domestico sono la stessa specie: si incrociano e generano prole fertile, ed è da qui che nasce ogni difficoltà.

La coda: l'indizio che regge di più

Se un solo carattere merita di essere guardato per primo, è la coda. Nel gatto selvatico è clavata — a forma di clava — cioè folta e con l'estremità che resta grossa invece di assottigliarsi, «più folta del gatto domestico», con «alcuni anelli concentrici neri distali e punta nera». La descrizione dell'ISPRA nel Casentino è ancora più stringata: coda «clavata e caratterizzata dalla punta nera e da due/tre anelli chiusi». Le fonti internazionali confermano il quadro: l'IUCN SSC Cat Specialist Group parla di una coda «folta, dalla punta smussata, con diversi anelli neri e la punta nera», e sul versante alpino nord-orientale il Parco delle Dolomiti Bellunesi la descrive «grossa, con punta arrotondata e larghi anelli».

Attenzione però al conteggio degli anelli, perché è qui che le guide si dividono e che nasce l'errore più comune. Le schede italiane parlano in genere di due o tre anelli scuri ben separati, ma il museo capofila del progetto nazionale li descrive apertamente come «anelli in numero variabile», e le fonti globali si limitano a «diversi anelli». Il motivo è semplice: il numero e la forma degli anelli variano da individuo a individuo, tanto che i ricercatori li usano proprio per distinguere un esemplare dall'altro. Uno studio svizzero sul Giura elenca tra i marchi individuali «il numero e la forma degli anelli della coda»; e sull'Etna un gatto selvatico è stato ri-riconosciuto a nove anni di distanza perché «la sua coda terminava con un anello bianco anziché con il tipico anello nero e aveva una forma unica della stria dorsale». Pretendere un numero fisso di anelli, insomma, è il modo più rapido per sbagliare.

Il carattere davvero decisivo è un altro, ed è quello che sopravvive meglio anche a un fotogramma mediocre: la riga dorsale scura si ferma alla base della coda. Nel gatto selvatico esiste una sola «netta linea dorsale che termina all'attaccatura della coda»; sulla coda, invece, c'è «assenza di stria dorsale». La stessa checklist compare, parola per parola, nella metodologia europea: tra i caratteri diagnostici lo studio del Giura elenca «la linea dorsale fino alla base della coda». E qui sta il rovescio utile per smascherare un ibrido o un domestico: quando una riga scura corre lungo il dorso e prosegue sull'asse della coda, quel tratto «suggerisce l'introgressione con il gatto domestico» — è esattamente il criterio con cui, nello studio nazionale sui gatti selvatici italiani, certi animali sono stati scartati come non puri.

Se una riga scura corre lungo il dorso e prosegue sulla coda, quella coda non è di un gatto selvatico puro.

Il mantello: strie ordinate, e cosa NON deve esserci

Primo piano della coda folta e a clava di un gatto selvatico, con anelli neri ben marcati, punta nera e la riga dorsale che termina alla base

Sotto la coda viene il mantello, e la logica cambia: qui non conta un singolo dettaglio, ma un disegno completo e ordinato. Il metodo che i ricercatori applicano sul campo si chiama modello disegno-colore, e il Museo della Maremma ne elenca gli elementi che «nel gatto selvatico [...] sono tutti presenti contemporaneamente»:

A questi l'infografica dell'ISPRA aggiunge il bordo nero sul rinario (il naso) al confine tra la mucosa e il pelo, e le orecchie di colore uniforme che tendono al nero verso l'apice. Il colore di fondo aiuta a inquadrare l'animale: l'Alpi Marittime lo descrive «ocra-giallastro (color erba secca)», con una «banda vertebrale nera singola e ben definita» e «quattro bande nere ben definite» sulla nuca.

Ma la parte più utile per scartare un domestico o un ibrido è ciò che non deve esserci. Il sistema di punteggio del mantello messo a punto in Scozia, molto usato in letteratura, valuta tra i suoi sette caratteri diagnostici proprio «le macchie sui fianchi e sui posteriori» e «le strie spezzate sui fianchi», mentre l'assenza di «bianco sulle zampe» rientra nella definizione stessa di gatto selvatico: un gatto è classificabile come selvatico se ha «marcature tabby, una coda folta, ad anelli, dalla punta smussata e nessuna zampa bianca né una stria lungo la coda». Tradotto per la fototrappola: un mantello maculato, con strie che si sfaldano in punti e trattini, o con chiazze bianche su zampe e petto, spinge la bilancia verso il gatto domestico o l'ibrido, non verso il selvatico. Le strie del gatto selvatico sono poche, ordinate e continue; il pelo pezzato o vistosamente macchiato è un segnale d'allarme.

Vale la pena ripeterlo, perché è il cuore del metodo e l'errore in cui casca chi si affeziona a un solo dettaglio: nessuno di questi caratteri, da solo, dimostra niente. «Se sullo stesso esemplare coesistono contemporaneamente i caratteri [...] l'identificazione può essere considerata certa»; se ne manca qualcuno, o non è leggibile, si resta nel dubbio.

Nel gatto selvatico i caratteri del mantello valgono solo tutti insieme: uno solo, da solo, non prova nulla.

Corporatura, taglia e comportamento

Un gatto selvatico dà, nell'insieme, un'impressione di robustezza: corporatura più massiccia del domestico, arti solidi, testa larga. Le taglie aiutano a farsi un'idea, ma con prudenza, perché sul fotogramma mancano i riferimenti. In Maremma il peso medio di un maschio adulto è di circa 3,8 kg e la lunghezza testa-tronco di 58 cm, contro i 2,8 kg e 51 cm di una femmina; sulle Dolomiti Bellunesi si parla di una lunghezza totale di 70–110 cm, di cui 30–40 di coda, per un peso di 2–7 kg, con i maschi più grossi delle femmine. Sono animali delle dimensioni di un gatto domestico grande, non di una lince: chi cerca un felino «grande» sbaglia bersaglio.

Il comportamento è a sua volta un indizio di contesto. Il gatto selvatico è «solitario, elusivo, territoriale e notturno», legato agli habitat forestali — soprattutto boschi di latifoglie — e tende a evitare le quote elevate e l'innevamento, che ostacolano spostamenti e caccia. È un predatore carnivoro obbligato che si nutre in prevalenza di roditori: in Svizzera «il 90% delle prede è costituito da roditori». I territori sono ampi e in buona parte esclusivi, difesi con il pattugliamento e il marcaggio odoroso, e possono superare i 10 km²; nell'Italia centrale (Maremma e tenuta di Pianciano) le aree vitali medie sono state stimate in 22,8 km² per i maschi e 6,5 km² per le femmine. Uno studio pluriennale sull'Etna ha inoltre mostrato che i gatti selvatici evitano il disturbo: la loro presenza cala nei siti frequentati da bestiame e cercatori di funghi. Sono tutti elementi che, sommati, spostano la probabilità: un gattone che compare di giorno accanto a un casolare, in mezzo alle persone, è quasi sempre un domestico.

Confronto ravvicinato di due code: quella folta e anellata a punta nera tronca del gatto selvatico, accanto a quella sottile e affusolata del gatto domestico soriano

Il modello disegno-colore e il punteggio del mantello

Chi lavora con questa specie non si affida all'occhio e basta: usa metodi codificati, ed è utile sapere quali sono e quanto valgono. Gli esperti dispongono di quattro approcci complementari — indice intestinale, indice volumetrico craniale, modello disegno-colore e analisi genetiche — che «non sono alternativi»: per una determinazione oggettiva vanno integrati. I primi due, però, si possono applicare «solo su esemplari deceduti». Restano, sull'animale vivo, il modello disegno-colore e la genetica; e di questi «l'unico metodo utilizzabile sul campo per una prima identificazione è il modello disegno-colore», applicabile «anche a buone immagini», comprese quelle delle fototrappole.

È il modello disegno-colore, con i suoi caratteri visti sopra, a produrre la classificazione a tre livelli con cui il progetto nazionale etichetta ogni segnalazione, secondo la metodologia di Sforzi & Lapini (2022): C1 fenotipo silvestris confermato dal dato genetico; C2 fenotipo chiaramente silvestris ma senza altre conferme; C3 fenotipo possibilmente silvestris quando «non tutti i caratteri sono visibili o “canonici” o le condizioni di ripresa non sono ottimali». Quella C3 è, in pratica, la casella in cui finisce la maggior parte dei fotogrammi notturni: non una bocciatura, ma un onesto «forse».

In ambito scientifico esiste anche una versione a punteggio, nata in Scozia dal lavoro di Andrew Kitchener nel 2005: sette caratteri del mantello, ciascuno valutato da 1 (tratto domestico) a 3 (tratto selvatico), per un massimo di 21; un individuo con 19 o più su 21 è classificato come gatto selvatico. È lo stesso impianto — sette caratteri più diagnostici estratti da un punteggio totale più ampio — descritto nelle revisioni scientifiche scozzesi. Va però maneggiato per quello che è: uno strumento tarato sulla popolazione scozzese e sui suoi ibridi, non un verdetto universale. E soprattutto, come vedremo, nemmeno il punteggio più rigoroso mette al riparo dal problema di fondo.

Sul campo l'unico metodo davvero applicabile a una foto è il modello disegno-colore — e classifica onestamente come «forse» ciò che non è pienamente leggibile.

Il problema degli ibridi: quando il mantello mente

Un gatto selvatico su un tronco caduto mostra il mantello color ocra con strie ordinate e continue sul collo e sulle spalle, e zampe senza alcuna macchia bianca

Qui arriva la parte scomoda, quella che un articolo onesto non può nascondere: l'aspetto esteriore può ingannare. Un ibrido di prima o seconda generazione porta «un mix di caratteri morfologici dei genitori», e questo «confonde l'identificazione affidabile sul campo»; nei casi più difficili «gli ibridi possono essere morfologicamente indistinguibili dalle specie parentali». Non è un dettaglio da poco: significa che un animale con la coda giusta e le strie giuste può comunque portare, sotto pelle, geni domestici.

La genetica lo quantifica. Uno studio genomico su gatti selvatici europei ha mostrato che gli eventi di ibridazione risalgono a un intervallo compreso «tra 6 e 22 generazioni» nel passato, e che «i caratteri dei gatti domestici non sono sempre diagnostici», per cui «i loro ibridi e reincroci non sono facilmente identificabili tramite l'analisi dei caratteri morfologici». Peggio: i pannelli di marcatori genetici riescono ad assegnare gli ibridi «fino alla seconda generazione», ma perdono potenza con i reincroci più antichi. Se persino il DNA fatica con i vecchi reincroci, è evidente che una fototrappola non può pretendere di risolverli.

Questo non vuol dire che ogni gatto dall'aria selvatica sia un ibrido — anzi. Va tenuta la misura: l'IUCN SSC Cat Specialist Group stima la quota di ibridi intorno all'8% in Italia, contro il 25–31% dell'Ungheria, il 3,9% della Germania e oltre l'80% in Scozia, dove la popolazione è ormai in gran parte introgressa. In Italia il fenomeno esiste e preoccupa — la valutazione nazionale cita 5 esemplari «probabilmente ibridi» su 61 campioni analizzati — ma non è (ancora) la deriva scozzese. Il punto pratico, per chi guarda una foto, è di metodo più che di allarme: un fenotipo perfetto rende probabile un gatto selvatico, non certo. E c'è una lezione di prudenza anche nel conteggio delle popolazioni: sul Gargano, dove si stimano una quarantina di esemplari tra promontorio, Alta Murgia e Sub-Appennino Dauno, la cifra va presa con le molle proprio perché nel novero «vanno considerati i molti ibridi».

Un ibrido può indossare l'abito del gatto selvatico e portare sotto pelle il genoma del domestico.

Quando la coda stessa inganna

C'è un'ultima insidia, ed è forse la più controintuitiva: a volte è la coda «sbagliata» ad appartenere al gatto selvatico giusto. La consanguineità — inevitabile in popolazioni piccole e isolate — lascia segni visibili, e proprio sulla coda. Lo studio nazionale «Show me your tail», condotto su cinque regioni italiane con 251 fototrappole e 24.055 notti-trappola, ha identificato 148 gatti selvatici individuali: tra questi, 11 avevano la coda piegata (kinked tail) e 4 la coda mozza (brachiuria), mentre tre esemplari siciliani mostravano ciuffi anomali sul torace. Che si tratti di gatti selvatici veri, e non di ibridi, è dimostrato dalla genetica e dai reperti: una femmina con la coda piegata portava in grembo un feto maschio con lo stesso difetto, prova che il carattere è ereditario.

La conseguenza per chi legge una fototrappola è netta: una coda anomala non esclude un gatto selvatico. Una coda corta o con una piega non è, di per sé, la prova che si tratti di un domestico; può essere il marchio della consanguineità in una popolazione selvatica sotto pressione. E allo stesso modo, come si è visto sull'Etna, un anello terminale bianco al posto del solito anello nero è una variante naturale, non un difetto di riconoscimento. La coda resta l'indizio migliore, ma va letta per quello che è — forma d'insieme, punta, riga dorsale che si ferma alla base — non come un timbro con un numero fisso di anelli.

Anche una coda spezzata o mozza può appartenere a un gatto selvatico vero: la consanguineità lascia questi segni.

Dove vive in Italia (e il caso a parte della Sardegna)

Fotogramma notturno a infrarossi di una fototrappola: un gatto selvatico attraversa un sentiero, con gli anelli neri della coda e la riga dorsale ancora leggibili in bianco e nero

Sapere dove ci si trova sposta le probabilità prima ancora di guardare la coda. In Italia il gatto selvatico europeo è presente «lungo la dorsale appenninica da nord a sud», con aree di recente ricolonizzazione lungo l'Appennino tosco-emiliano e ligure, sul Gargano, nella Sicilia settentrionale e sull'Arco Alpino Orientale, da cui è in atto un'espansione verso ovest. Il progetto nazionale riconosce quattro popolazioni geneticamente distinte. Il limite settentrionale storico della distribuzione peninsulare è rappresentato da parte della Toscana, dall'Umbria e dalle Marche, ma le segnalazioni recenti — dall'Appennino pistoiese alle Alpi orientali, dove la specie è stata documentata per la prima volta nel Parco delle Dolomiti Bellunesi il 4 ottobre 2014 — raccontano un areale in movimento.

Un capitolo va tenuto rigorosamente separato: la Sardegna. Qui non vive il gatto selvatico europeo, ma il gatto selvatico sardo (Felis silvestris lybica), una sottospecie diversa, di probabile origine protostorica, discesa da esemplari nord-africani semi-domestici portati sulle navi — con ogni probabilità dai Fenici — per il controllo dei roditori. Si distingue dal parente peninsulare «per le dimensioni più ridotte, il mantello con disegni meno marcati [e] la frequente presenza di ciuffi auricolari»: misura 50–70 cm e pesa fino a 3 kg, con ciuffi di pelo più evidenti sulla cima delle orecchie. Confondere la taglia minuta e le orecchie a pennello del gatto sardo con il fenotipo del selvatico europeo è un errore da evitare: sono due animali distinti, con due storie distinte.

Usare la fototrappola per una segnalazione che valga

Se il singolo scatto notturno spesso non decide, il rimedio non è pretendere la certezza da una foto sola: è accumulare più immagini buone dello stesso animale e poi affidarle a chi può validarle. Il primo dato da mettere in conto è quanto sia raro anche solo ottenerne una. Nell'indagine pluriennale sulle Dolomiti Bellunesi sono serviti in media 188,91 giorni-trappola per fotografare un gatto selvatico, contro i 152,65 della faina e i 76,49 della martora: di tutte le specie monitorate, il gatto selvatico è stata la più difficile da catturare. Un fotogramma di gatto selvatico è, in sé, un piccolo evento.

Qualche accorgimento, coerente con ciò che fanno i progetti di monitoraggio, aumenta le probabilità di un'immagine leggibile:

E quando si ha in mano un candidato serio, la mossa giusta non è chiudere la questione da soli, ma inviare la segnalazione al progetto nazionale: attraverso il portale gattoselvatico.it, chiunque può caricare foto e video — anche da fototrappola — che vengono «sottoposti a un processo di verifica e validazione» da parte degli esperti prima di entrare nella banca dati e nella mappa di distribuzione. È così che un fotogramma dubbio diventa un dato utile: non con un'etichetta affrettata, ma con una validazione.

La certezza non nasce da un fotogramma fortunato, ma dalla coerenza di molte immagini dello stesso animale.

Cosa dice la legge

Un piolo imbevuto di tintura di valeriana con una spazzola per raccogliere i peli, e una fototrappola puntata al livello del terreno ai margini del bosco

Per chi gestisce un fondo o un'area, l'inquadramento giuridico non è teoria. Il gatto selvatico è una specie «particolarmente protetta»: l'art. 2 della Legge 157/1992 lo elenca testualmente tra i mammiferi protetti «anche sotto il profilo sanzionatorio», nella forma «gatto selvatico (Felis sylvestris)», accanto a lupo, lince, lontra e orso. Non è in alcun modo cacciabile — la caccia al gatto selvatico è vietata in Italia come nel resto d'Europa — e colpirlo comporta sanzioni aggravate.

Alla tutela nazionale si somma quella europea e internazionale: la specie è inclusa nell'Appendice II della CITES, nell'Appendice II della Convenzione di Berna e nell'Allegato IV della Direttiva Habitat (92/43/CEE). Sul piano dello stato di conservazione, il quadro è quello di una specie «globalmente sicura, localmente fragile»: la valutazione globale IUCN del 2015 la classifica come Minor Preoccupazione (Least Concern), essendo «il felide selvatico più comune e diffuso», ma la valutazione nazionale italiana del 2013 la considera Quasi Minacciata (NT), proprio per i dati preoccupanti sull'ibridazione e per l'incertezza su consistenza e tendenza delle popolazioni. Le due etichette non si contraddicono: dicono che ciò che è comune su scala continentale può essere in bilico dentro i confini italiani.

Domande frequenti

Come si distingue un gatto selvatico da un gatto domestico su una fototrappola?

Si guarda prima la coda: folta, a forma di clava, con punta nera e alcuni anelli scuri ben separati, ma soprattutto con la riga dorsale che si ferma alla base della coda senza proseguire sul suo asse. Poi il mantello: quattro-cinque strie sulla nuca, due sulle scapole, una sola riga dorsale, colore ocra-giallastro, senza macchie né chiazze bianche. I caratteri valgono solo tutti insieme, e un singolo fotogramma notturno spesso non basta.

Quanti anelli ha la coda del gatto selvatico?

In genere due o tre anelli scuri ben separati, ma le schede parlano apertamente di «anelli in numero variabile»: il numero e la forma cambiano da individuo a individuo, tanto che i ricercatori li usano per distinguere un esemplare dall'altro. Conta più la forma d'insieme della coda — clava, punta nera, riga dorsale che si arresta alla base — che il conteggio degli anelli.

Perché gli ibridi rendono l'identificazione così difficile?

Perché gatto selvatico e domestico sono la stessa specie e danno prole fertile: un ibrido può avere aspetto selvatico e genoma domestico, e gli ibridi possono essere «morfologicamente indistinguibili» dalle specie parentali. I reincroci più antichi sfuggono persino ai marcatori genetici. In Italia la quota di ibridi è stimata intorno all'8%.

Un gatto selvatico può avere la coda corta o piegata?

Sì. In popolazioni consanguinee compaiono code piegate (kinked tail) e code mozze (brachiuria): lo studio nazionale «Show me your tail» ne ha documentate rispettivamente 11 e 4 su 148 gatti selvatici identificati, con prova genetica che il carattere è ereditario. Una coda anomala, quindi, non esclude affatto un gatto selvatico vero.

Cosa conviene fare se si fotografa un possibile gatto selvatico?

Inviare foto e video — anche da fototrappola — al progetto nazionale tramite il portale gattoselvatico.it: le osservazioni vengono verificate e validate dagli esperti prima di entrare nella banca dati, e classificate su tre livelli di certezza (C1 confermato dalla genetica, C2 fenotipo chiaro, C3 possibile). Meglio una segnalazione validata che un'etichetta affrettata.

Il gatto selvatico è protetto?

Sì. È «particolarmente protetto» ai sensi dell'art. 2 della Legge 157/1992, non è cacciabile e colpirlo comporta sanzioni aggravate; è inoltre tutelato da CITES, Convenzione di Berna e Direttiva Habitat.