Capita di uscire nell'orto al mattino e trovare i tuberi scalzati lungo il filare, un melone aperto con un morso netto, le piante di zucchina ribaltate — e nessun animale in vista. Chi coltiva in Italia centrale e meridionale, e ormai anche in buona parte del Nord, conosce bene il responsabile più probabile di questi danni notturni e ordinati: l'istrice. È il più grande roditore d'Italia dopo il castoro, si muove quasi soltanto di notte e ha un'abitudine che lo tradisce e insieme lo rende ostico — è metodico e torna a mangiare sempre nello stesso posto.
C'è però un dettaglio che sorprende chi subisce il danno, ed è il punto da cui parte tutto il resto: l'istrice non si può cacciare, né catturare, né uccidere. È una specie protetta dalla legge italiana e, di più, una specie di interesse comunitario tutelata dalla Direttiva Habitat. Per un agricoltore o un ortolano questo cambia completamente l'approccio. La difesa non passa dall'abbattimento fai-da-te — che è un reato — ma da tre cose fatte bene: riconoscere i segni di presenza, monitorare l'animale (spesso con una fototrappola) e prevenire il danno con barriere e deterrenti non cruenti. Questo articolo mette in fila esattamente queste tre cose, con l'accortezza di dire dove finisce ciò che l'orticoltore può fare da sé e dove comincia ciò che spetta alle autorità.
Un roditore che non si può cacciare
Vale la pena partire dalla legge, perché per chi ha l'orto devastato non è un dettaglio accademico: cambia ciò che si può e non si può fare. Il punto è netto. L'istrice non compare tra le specie cacciabili ed è protetto ai sensi della Legge 11 febbraio 1992, n. 157. Non solo: è una specie di interesse comunitario elencata nell'Allegato IV della Direttiva Habitat (92/43/CEE), alla quale si applica il regime di «protezione rigorosa» definito dall'articolo 12 della stessa Direttiva. A questo si aggiunge l'iscrizione nell'Appendice II della Convenzione di Berna. La scheda della specie curata dall'Associazione Teriologica Italiana riassume l'intero impianto: Convenzione di Berna, Direttiva Habitat, L.N. 968/77 e L.N. 157/92.
Tradotto per chi coltiva: catturare, uccidere o ferire un istrice, o distruggerne attivamente la tana, è un illecito, con sanzioni pesanti. Le fonti agricole più serie lo mettono in chiaro senza giri di parole — «l'istrice è una specie protetta e non può essere abbattuta» — e ricordano che, trattandosi di specie tutelata, l'obiettivo dev'essere solo l'allontanamento, mai il danno all'animale.
Qui c'è una tensione che è bene guardare in faccia, perché è il cuore di tutta la questione. La scheda dell'IUCN Italia classifica l'istrice come specie a «minor preoccupazione» (LC), con un areale in espansione — verso Nord, dove storicamente mancava, ma negli ultimi anni anche verso le regioni più meridionali della penisola [SX2] — e ormai superiore a 20.000 km². Che sia una presenza ben diffusa e documentata lo confermano le banche dati aperte: al 12 luglio 2026 il portale GBIF raccoglieva oltre 1.500 osservazioni georeferenziate della specie per la sola Italia. Eppure, nota la scheda IUCN, «per quanto l'istrice sia una specie protetta, essa è sottoposta ad un'intensa attività di bracconaggio in diverse zone del suo areale italiano a causa della commestibilità delle carni. Inoltre, in alcune zone viene perseguitata per i danni che può arrecare soprattutto alle colture ortive». È esattamente il nodo di questo articolo: un animale protetto che, però, un danno reale all'orto lo fa. La risposta corretta non è la trappola nascosta o il fucile, ma capire il nemico e chiudergli la strada.
Un istrice nell'orto è un problema reale, ma è anche un animale protetto: la soluzione non è eliminarlo, è escluderlo.
Che cosa mangia, e perché l'orto è un bersaglio
L'istrice è un roditore quasi del tutto vegetariano, e la sua dieta spiega da sola perché finisca in conflitto con chi coltiva. Si nutre soprattutto di organi ipogei di accumulo — tuberi, bulbi, rizomi, radici — oltre a frutti, cereali e cortecce. Uno studio sulla dieta condotto in un'area mediterranea dell'Italia centrale ha mostrato che proprio gli organi vegetali sotterranei sono l'alimento di base tutto l'anno; i frutti a guscio duro come ghiande e pinoli prevalgono nei mesi freddi, mentre nei mesi caldi entrano stabilmente in dieta anche i prodotti agricoli [SX3]. Non stupisce, quindi, che un orto o un frutteto — con le sue radici tenere, i tuberi accumulati, la frutta matura e la corteccia giovane — appaia all'istrice come una dispensa concentrata.
Il modo in cui razzia è la sua firma. È metodico: quando individua un coltivo redditizio ci ritorna con puntualità, mangiando in modo ordinato e preciso, sempre nello stesso posto. Sui campi di patate procede in modo lineare, scalzando i tuberi lungo il filare. Sugli ortaggi a frutto lascia morsi netti e puliti — pomodori, cetrioli, zucchine, meloni — spesso con metà frutto ancora attaccato alla pianta. Ha bocca e artigli potenti al punto da azzannare con facilità perfino le zucche. Nel frutteto il danno prende un'altra forma: la scortecciatura e la rosicchiatura degli alberi, coerente con una dieta che comprende anche le cortecce.
Detto questo, conviene tenere le proporzioni. Un lavoro dell'Università di Torino ricorda che, in studi condotti in Italia centrale (province di Firenze e Grosseto), i danni attribuiti all'istrice rappresentavano meno del 5% del totale dei danni causati dalla fauna selvatica alle colture, e che meno del 6% degli alberi risultava scortecciato. È un dato utile per inquadrare il problema senza drammatizzarlo: l'istrice fa danni veri e localmente fastidiosi, ma di rado è la prima voce del conto rispetto, per esempio, al cinghiale. Riconoscerne correttamente la firma serve anche a questo — a non attribuirgli guasti che sono di altri.
Danni metodici, morsi netti, tuberi scalzati lungo il filare: l'istrice lavora l'orto con un ordine che è già mezza diagnosi.
I segni di presenza: aculei, tane, impronte, escrementi

Poiché l'istrice si vede pochissimo — esce col buio e trascorre il giorno rintanato — nella pratica lo si «riconosce» dai segni che lascia, non dall'avvistamento. E i segni, per fortuna, sono tra i più inconfondibili della fauna italiana.
Il primo sono gli aculei. Sono peli modificati, ricoperti di cheratina, lunghi fino a circa 30 cm sul dorso, colorati a bande alternate chiare e scure. Se ne perdono in continuazione, e li si ritrova facilmente lungo i percorsi abituali, presso i coltivi o lungo le stradine di campagna; nel parco di Veio, per dire, non è difficile trovarli presso le aree archeologiche. Attenzione a una credenza dura a morire: l'istrice non scaglia gli aculei contro chi lo minaccia. Quando è in pericolo li rizza per sembrare più grande, trasformandoli in una barriera; poiché si staccano con facilità, restano poi infilzati o sparsi a terra, ma non vengono «lanciati». Gli aculei della coda sono diversi — più corti, cavi, chiamati «aculei della sonagliera» — e vengono fatti vibrare per produrre un tintinnio d'avvertimento.
Il secondo segno sono le tane. Sono sistemi sotterranei formati da più camere collegate da corridoi, con ingressi che sono fori di 20-60 cm di diametro, in genere da 1 a 4 per sistema; spesso l'apertura è larga 25-30 cm e si trova vicino a siepi, scarpate o muretti a secco. Attorno all'ingresso attivo si notano il terreno smosso dello scavo e, di frequente, gli aculei persi.
Restano le tracce minori, utili quando aculei e tane non bastano. Le impronte mostrano cinque dita con le unghie ben marcate; si possono confondere con quelle del tasso, ma se ne distinguono per la posizione del quinto dito, che nell'istrice è più plantare. Gli escrementi, infine, sono inconfondibili: ben più grandi di quelli dei cervidi, con la caratteristica forma «a oliva», e depositati in mucchietti.
Aculei a bande lungo i sentieri, tane con ingressi ampi presso le siepi, escrementi a oliva in mucchietti: la presenza dell'istrice si legge a terra, non a vista.
Le tane: dove sono, chi ci abita, perché contano

Sulle tane vale la pena soffermarsi, perché sono al tempo stesso il segno più vistoso e la trappola diagnostica più insidiosa — quella davanti a cui è facile prendere un abbaglio.
La prima cosa da sapere è che una tana d'istrice non è detto sia solo d'istrice. L'Italia è l'unico Paese europeo in cui istrice, tasso e volpe rossa coesistono e arrivano a condividere o coabitare la stessa tana. Una ricerca dell'Università di Pisa, condotta con le fototrappole su un'area della Toscana centrale ricca di sistemi di tane (68 «insediamenti» censiti, circa 2 per km²), ha trovato che l'istrice era l'abitante principale nel 69% dei siti monitorati, spesso in coabitazione con il tasso, con la volpe come visitatore occasionale. Lo stesso lavoro ha documentato un comportamento sorprendente: ciascuna famiglia di istrici tende a usare non una ma due tane in alternanza — una principale e una secondaria — spostandosi tra le due nel corso dell'anno. Sul campo, questo significa che due ingressi apparentemente distinti possono appartenere allo stesso nucleo.
Un censimento delle tane condotto dall'ISPRA nella Tenuta presidenziale di Castel Porziano, vicino a Roma, dà la misura di quanto sia affollato questo mondo sotterraneo: su una trentina di tane individuate, 4 risultavano usate da volpi, 16 da tassi, 7 da istrici e 2 da mustelidi; e nel 23% delle tane attive si è osservato l'ingresso e l'uscita di due specie diverse. Per giunta, l'istrice utilizza volentieri tane già scavate dal tasso, e proprio i sistemi di tane del tasso hanno probabilmente favorito la sua recente espansione verso il Nord Italia. Morale pratica: davanti a un ingresso di tana, la specie non è mai scontata: il modo più pulito per sapere chi ci abita davvero è guardarci — con una fototrappola — prima di trarre conclusioni.
C'è infine un motivo per cui le tane dell'istrice interessano ben oltre l'orto, e aiuta a capire perché lo Stato se ne occupi. Dove questi animali scavano lungo gli argini dei fiumi, le loro gallerie diventano vie d'infiltrazione dell'acqua e concorrono a indebolire i rilevati arginali — un fattore che, in generale, è tra le cause di circa il 50% dei cedimenti di dighe e argini in terra. In Emilia-Romagna la presenza di tane di animali fossori è stata accertata come concausa di rotture arginali, ed è alla base dei piani di controllo regionali di cui si dirà più avanti. È un promemoria: qui non si parla di un animaletto da giardino, ma di uno scavatore potente.

Monitorare l'istrice con la fototrappola
Se l'istrice si vede poco e i suoi segni possono ingannare, lo strumento che scioglie il dubbio è la fototrappola. Non a caso è il metodo con cui gli studi citati finora hanno documentato tane, coabitazioni e abitudini. Alcuni principi, tutti replicabili su un fondo.
Il primo è il più importante e discende dalla biologia dell'animale: l'istrice è quasi esclusivamente notturno, con al più qualche sporadica uscita diurna. Di notte la fototrappola riprende all'infrarosso, restituendo immagini in bianco e nero: nello studio lombardo dell'Università di Torino gli scatti notturni erano illuminati da un illuminatore a infrarossi a bassa emissione («low glow»). Va quindi messo in conto che il colore — bande degli aculei comprese — di notte non c'è: a fare la diagnosi saranno la sagoma, la taglia e il portamento.
Il secondo principio riguarda dove piazzare l'apparecchio. Le posizioni più redditizie sono l'ingresso di tana attivo (come negli studi sui sistemi di tane) e i varchi di passaggio lungo il bordo del coltivo, siepi e muretti dove l'animale entra ed esce. Conviene collocare la fototrappola bassa, perché l'istrice è un animale che si muove raso terra: nello studio lombardo le fototrappole erano fissate a circa 50 cm dal suolo — una scelta legata a quel disegno di campionamento, ma coerente con l'altezza di un roditore terricolo.
Il terzo riguarda le impostazioni. Trattandosi di un animale che si muove lentamente e di notte, conviene la raffica o il video anziché lo scatto singolo, per avere più fotogrammi utili di ogni passaggio; nello studio citato ogni attivazione produceva una raffica di otto immagini. Un dettaglio incoraggiante: gli istrici non reagiscono alla fototrappola — non se ne spaventano né la evitano — il che rende la ripresa affidabile e ripetibile. Che l'istrice si lasci «prendere» bene lo confermano i monitoraggi sistematici: nel Parco di Monte San Bartolo, che fototrappola la fauna dal 2011, l'istrice risulta la terza specie di mammifero più rilevata, dopo capriolo e volpe; e nei rigorosi campionamenti a griglia dell'Università di Firenze nel Parco delle Foreste Casentinesi — 60 stazioni, una fototrappola al centro di ogni cella di 4 km², per oltre duemila giornate-trappola — l'istrice è tra le quattordici specie principali di mammiferi medio-grandi regolarmente registrate.
Sul piano dei numeri, proprio grazie alle fototrappole si è potuto stimare per la prima volta quanto è densa una popolazione al limite settentrionale dell'areale: in un'area della Lombardia (provincia di Pavia) la densità è risultata di circa 0,49 individui per km². È un valore locale e va letto come tale, ma dà l'idea di una specie elusiva e a bassa densità, per la quale il monitoraggio automatico è oggi il metodo di riferimento.
Di notte la fototrappola riprende in bianco e nero: sull'istrice non conta il colore, contano la sagoma, la taglia e la tana da cui esce.
Difendersi senza infrangere la legge: la prevenzione non cruenta

Arriviamo al punto che interessa di più chi coltiva: come si tiene l'istrice fuori dall'orto, restando dalla parte giusta della legge. La buona notizia è che la biologia dell'animale offre un punto debole preciso. L'istrice è uno scavatore eccezionale, ma un pessimo arrampicatore. Questo indirizza tutta la strategia: la barriera vince non tanto in altezza quanto sottoterra.
La soluzione di riferimento è una recinzione interrata. Chi la usa contro istrice e tasso — entrambi grandi scavatori — consiglia una rete metallica a maglia stretta (2,5-4 cm), alta almeno 100 cm e, soprattutto, interrata per 30-50 cm con una piegatura a L verso l'esterno, lunga una trentina di centimetri: senza quella piega sotterranea, l'animale scava e passa in pochi minuti. Un'indicazione convergente arriva dall'orticoltura biologica, che suggerisce di fissare la rete zincata ad almeno 20-30 cm di profondità, perché «a quella profondità l'istrice desiste dal forzarla e cerca altrove». È una difesa efficace e definitiva, ma va detto: non è banale da realizzare, ed è costosa.
L'alternativa, o il rinforzo, è il filo elettrificato basso. Per fermare istrici (e nutrie), il metodo indicato come più efficace da alcune guide agricole è un filo elettrificato posto a circa 15 cm da terra. La logica è la stessa delle recinzioni elettriche multiuso descritte nei manuali tecnici, dove — in un impianto pensato per cinghiale, cervidi e istrice insieme — i fili corrono a 20, 50 e 125 cm dal suolo, ed è il filo più basso a intercettare l'istrice che si muove raso terra. L'elettrificazione non serve a ferire, ma ad associare il contatto a un'esperienza sgradevole così che l'animale cambi percorso; e come ogni recinto elettrico richiede manutenzione costante, perché senza controllo perde efficacia.
I deterrenti olfattivi — formulati a base di capsaicina e olio di aglio, o i vecchi rimedi empirici come capelli e panni odorosi lungo il perimetro — possono aiutare, ma vanno usati per ciò che sono: un rinforzo transitorio. La pioggia li dilava, gli animali si abituano, e da soli non risolvono. Lo stesso principio di assuefazione, del resto, limita nel tempo l'efficacia di quasi ogni singolo stimolo. Per questo la difesa migliore nasce dalla somma di più accorgimenti: perimetro pulito, frutti caduti raccolti in fretta, nessun scarto vegetale accessibile lasciato in cumuli aperti, barriera ben fatta e deterrenti come contorno, con controlli ripetuti dopo la pioggia o lo sfalcio.
C'è infine un aspetto economico che conviene non trascurare. Molte Regioni prevedono contributi per la realizzazione di strutture di prevenzione dei danni da fauna selvatica: in Liguria, per esempio, i conduttori di fondi agricoli possono chiedere un contributo per costruire recinzioni e altre opere di difesa. E dove il danno si è già verificato, esistono meccanismi di risarcimento per i danni da fauna protetta: in Emilia-Romagna, per l'annata 2024-2025, è stato accolto il 100% delle domande ammissibili, con circa 1,2 milioni di euro erogati a 466 aziende agricole, in un regime che affianca agli indennizzi proprio i contributi per la prevenzione. Vale la pena informarsi presso la propria Regione prima di aprire il portafoglio.
L'istrice scava benissimo ma si arrampica male: contro di lui la recinzione si vince sottoterra, non in altezza.
Quando la legge consente un intervento: i piani di controllo

E se la prevenzione non basta? La legge una via la prevede, ma non è quella che immagina chi è esasperato: non contempla in alcun caso l'iniziativa del singolo. Il controllo numerico di una specie protetta come l'istrice è un procedimento pubblico, coordinato e autorizzato.
Il riferimento è l'articolo 19 della Legge 157/1992. Le Regioni possono provvedere al controllo della fauna selvatica, anche nelle zone vietate alla caccia, «per la tutela delle produzioni zoo-agro-forestali» e per la pubblica incolumità; ma solo qualora i metodi di controllo ecologici (cioè la prevenzione) si rivelino inefficaci, e in tal caso possono autorizzare, sentito l'ISPRA, piani di controllo mediante abbattimento o cattura — attività che, precisa la norma, «non costituiscono attività venatoria». Per l'istrice c'è un gradino di tutela in più, proprio perché è specie della Direttiva Habitat: dove si arrivasse all'abbattimento, questo è possibile solo previa autorizzazione dell'ISPRA e, limitatamente all'istrice, previo parere favorevole del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica.
Come si traduce tutto questo nella pratica lo mostra bene il piano di controllo dell'Emilia-Romagna per i tratti fluviali di Secchia e Panaro, dove le tane minacciano gli argini. Non è un piano di abbattimento, ma di cattura e traslocazione: gli istrici vengono presi con trappole a cassetta (indicativamente 115×35×35 cm, innescate con arachidi), controllate ogni giorno, e liberati in aree idonee ad almeno un chilometro di distanza, evitando il periodo delle nascite (febbraio) e rilasciando subito le femmine in allattamento. Il piano fissa perfino un tetto — al massimo 35 istrici traslocati nel periodo — oltre il quale serve una nuova richiesta all'ISPRA. Nella stessa regione, un'indagine del 2023 stimava attorno ai 18.000 istrici nel solo territorio regionale: numeri che spiegano perché la gestione sia un affare di scala regionale, coordinato da polizie provinciali e istituti tecnici, e non certo qualcosa da improvvisare in un orto.
Per l'agricoltore o l'ortolano, quindi, il messaggio è coerente dall'inizio alla fine: il proprio raggio d'azione è la prevenzione e la segnalazione del danno (per l'eventuale risarcimento), mentre ogni intervento diretto sull'animale spetta alle autorità competenti, nelle forme e nei tempi che la legge prevede.
Il controllo dell'istrice esiste, ma è un procedimento pubblico autorizzato dall'ISPRA: al singolo restano la prevenzione e la segnalazione, mai l'intervento in proprio.
Domande frequenti
Si può catturare o uccidere un istrice che distrugge l'orto?
No. L'istrice non è cacciabile ed è protetto dalla Legge 157/1992, oltre a essere specie di interesse comunitario tutelata dalla Direttiva Habitat (Allegato IV). Catturarlo, ucciderlo, ferirlo o distruggerne la tana è un illecito con sanzioni pesanti; la difesa consentita al singolo è la prevenzione non cruenta.
Come si capisce che i danni nell'orto sono dell'istrice e non di un altro animale?
La firma è riconoscibile: tuberi scalzati lungo il filare, ortaggi a frutto (meloni, zucche, pomodori) con morsi netti, e un danno che si ripete ogni notte nello stesso punto. A terra confermano gli aculei a bande bianche e nere lunghi fino a 30 cm, gli ingressi di tana larghi 20-60 cm presso siepi e scarpate, le impronte a cinque dita e gli escrementi «a oliva» in mucchietti.
È vero che l'istrice lancia gli aculei?
No, è una credenza errata. Quando è minacciato rizza gli aculei per apparire più grande e li usa come una barriera; poiché si staccano facilmente, restano poi conficcati o sparsi a terra, ma non vengono scagliati contro l'aggressore.
Qual è il modo più efficace per tenerlo lontano dalle colture?
Sfruttare il suo punto debole: scava benissimo ma si arrampica male. Funziona una recinzione a maglia stretta interrata per 30-50 cm e ripiegata a L verso l'esterno, oppure un filo elettrificato basso (attorno ai 15 cm da terra). I deterrenti olfattivi aiutano solo come rinforzo, perché pioggia e assuefazione ne riducono l'effetto.
Perché conviene usare una fototrappola?
Perché l'istrice è notturno ed elusivo e i suoi segni possono ingannare — una tana «da istrice» può ospitare anche tasso o volpe. Una fototrappola a infrarossi puntata sull'ingresso attivo o sul varco del coltivo conferma la specie e mostra quale tana è realmente frequentata, senza doverla disturbare.
A chi ci si rivolge se il danno è grave e ricorrente?
Alla propria Regione: molte prevedono contributi per le opere di prevenzione e indennizzi per i danni da fauna protetta. Il controllo numerico dell'istrice, dove necessario, è possibile solo tramite piani regionali autorizzati dall'ISPRA (e, per l'abbattimento, col parere del Ministero dell'Ambiente), mai per iniziativa privata.