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Riconoscere l'orso bruno marsicano: taglia, segni di presenza e distanza di sicurezza

Un orso bruno marsicano fotografato da grande distanza con teleobiettivo in una faggeta appenninica

C'è un dettaglio che spiazza chi si avvicina per la prima volta all'orso bruno marsicano: è probabilmente l'orso bruno meno aggressivo del pianeta, eppure resta uno degli animali più minacciati d'Europa. Le due cose vanno tenute insieme, perché una non annulla l'altra. Vive solo nell'Appennino centrale, conta poche decine di individui e, secondo il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, non ha mai fatto registrare un solo caso di aggressione all'uomo. Questo non lo rende un peluche: significa che imparare a riconoscerlo, a leggerne i segni di presenza e a tenere la giusta distanza è, prima ancora che una questione di sicurezza personale, un modo per non nuocergli.

Riconoscere l'orso marsicano parte da poche cose concrete — la taglia, il profilo, il mantello — e prosegue con quello che lascia dietro di sé: impronte, escrementi, peli, alberi grattati, pietre ribaltate. Chi frequenta l'Appennino con una macchina fotografica o una fototrappola raramente ne incontra uno di persona; molto più spesso ne incontra le tracce. Questa guida mette in fila entrambe le cose, e affronta senza giri di parole la domanda che tutti si pongono: quanto è pericoloso, e a che distanza è corretto restare.

Un orso diverso dagli altri: come si riconosce

Chi ha in mente il grizzly nordamericano o l'orso delle Alpi deve ricalibrare le proporzioni. Il marsicano è un orso di taglia contenuta. Secondo la scheda del Parco, un maschio adulto oscilla tra 140 e 210 kg e una femmina tra 95 e 150 kg; l'altezza al garrese è di circa 1–1,2 m e la lunghezza del corpo, dalla punta del naso alla base della coda, di 1,6–2 m. Non è solo questione di stazza. Rispetto ai cugini europei, asiatici e nordamericani, il marsicano ha corpo mediamente più piccolo, una forma particolare del muso e della testa e un comportamento generalmente meno aggressivo: sono tratti che gli studiosi collegano a una lunga storia evolutiva a parte.

Il resto dell'identikit è quello di un orso bruno «da manuale». Testa voluminosa, orecchie arrotondate, occhi piccoli e frontali su un muso allungato, corpo tozzo coperto da pelo fitto, coda corta. È un plantigrado: appoggia a terra l'intera pianta del piede, come l'uomo, e questo gli dà grande stabilità. Le zampe terminano con cinque dita e robusti artigli non retrattili. L'olfatto è finissimo e l'udito molto sviluppato, mentre la vista è piuttosto mediocre — un dettaglio che spiega molti comportamenti, compreso il gesto di alzarsi sulle zampe posteriori per annusare meglio l'aria.

C'è poi un tratto quasi paradossale per un animale classificato tra i carnivori: il marsicano è, di fatto, più erbivoro dei suoi parenti europei. Lo si vedrà meglio parlando di dieta, ma incide anche sull'aspetto e sul carattere. La storia che ha plasmato questa sottospecie è ricostruita da uno studio dell'Università di Ferrara a prima firma Giulia Fabbri: la popolazione si sarebbe differenziata circa 2.000–3.000 anni fa e non ha più avuto contatti con altri orsi bruni negli ultimi 1.500 anni. L'isolamento ha ridotto la diversità genetica e aumentato la consanguineità; nel frattempo, l'eliminazione da parte dell'uomo degli individui più aggressivi — quelli che venivano abbattuti quando si facevano notare — avrebbe lasciato riprodurre soprattutto i più docili, generazione dopo generazione. Confrontando i genomi di 13 orsi appenninici con quelli di 9 orsi slovacchi e 15 nordamericani, i ricercatori hanno trovato una maggiore quantità di varianti genetiche associate a un comportamento poco aggressivo.

È l'orso bruno meno aggressivo del pianeta, e questo non è folclore ma il risultato di duemila anni di storia condivisa con l'uomo.

Marsicano o orso alpino? Due popolazioni da non confondere

Un errore ricorrente è mettere nello stesso calderone «gli orsi italiani». In Italia esistono due distinte popolazioni vitali di orso bruno: quella delle Alpi centrali, con nucleo in Trentino occidentale, e quella dell'Appennino centrale. Sono cose diverse per genetica, per numeri e per indole. La popolazione alpina appartiene alla sottospecie Ursus arctos arctos ed è frutto di una reintroduzione condotta con esemplari originari della Slovenia nell'ambito del progetto Life Ursus, avviato nel 1999. Nel 2021 quella popolazione era stimata attorno ai cento individui — 69 orsi accertati, da cui una stima tra 73 e 92 adulti più 12–14 cuccioli dell'anno. Il marsicano, invece, resta fermo a poche decine.

La distinzione non è accademica, soprattutto quando si parla di pericolosità. Nel 2023, per la prima volta, in Trentino si è verificata un'aggressione mortale: un evento che riguarda la popolazione alpina, non il marsicano. Attribuire quel fatto all'orso appenninico sarebbe un errore grossolano. Come nota un giornalista in una sintesi molto citata, in Italia si stimano circa 139 orsi liberi: 98 orsi bruni in Trentino e 41 orsi bruni marsicani tra Abruzzo, Lazio e Molise. Due mondi separati dalla Val d'Adige e da secoli di storia diversa.

Un orso bruno marsicano si alza sulle zampe posteriori per annusare l'aria in una faggeta appenninica

I segni di presenza: leggere il bosco

Osservare un orso in natura è raro; riconoscerne il passaggio è molto più frequente, e con un po' di occhio è alla portata di chiunque frequenti l'Appennino. I segni principali sono cinque.

Un'avvertenza utile a chi fotografa: le misure delle orme raccontano la struttura della popolazione, per esempio la presenza di femmine con piccoli o di sub-adulti. Il consiglio delle associazioni è di documentare i segni con una foto, mettendo accanto un oggetto di dimensioni note come riferimento, e di segnalarli agli enti competenti senza toccare né rimuovere nulla.

Cosa mangia, e come cambia con le stagioni

La dieta del marsicano è stata studiata a fondo. Le analisi condotte dall'Università di Roma «La Sapienza» tra il 2006 e il 2009 su 2.691 escrementi hanno messo in chiaro le sue priorità alimentari. In cima alla lista c'è la frutta secca, e in particolare la faggiola — il frutto del faggio — soprattutto durante l'iperfagia, il periodo in cui l'orso deve accumulare peso per l'inverno. Ad alto contenuto calorico, proteico e di grassi, la faggiola è il carburante ideale per lo svernamento, il parto e l'allattamento. A fine estate entra in scena il ramno (Rhamnus alpinus), consumato in grandi quantità per circa 7 settimane l'anno. Ci sono poi gli insetti, soprattutto formiche, che possono arrivare a contenere fino al 50% di proteine, e grandi quantità di erbe fresche appena usciti dalla tana.

È un punto che vale la pena sottolineare, perché smonta un luogo comune. Nella popolazione appenninica non è stata riscontrata alcuna prova di stress nutrizionale o di marcata dipendenza da alimenti di origine antropica: il territorio offre una varietà di risorse tale che, in mancanza di una, l'orso ripiega facilmente su un'altra. C'è anche un legame diretto con la riproduzione: negli anni di maggiore produzione di ghianda e faggiola aumenta il numero di femmine che si riproducono e di cuccioli che nascono.

Nel Parco l'orso trova tutto quello che gli serve: non c'è alcuna prova di dipendenza dal cibo dell'uomo.

Lo svernamento e il ciclo dell'anno

Un'impronta posteriore di orso bruno, plantigrada e dalle cinque dita disposte ad arco con le unghie ben visibili, impressa nel fango accanto a un rametto

Il periodo degli amori cade tra maggio e giugno. Dopo l'accoppiamento entra in gioco un meccanismo affascinante: la diapausa embrionale. L'ovulo fecondato si arresta in uno stato di quiescenza e la gravidanza riprende in autunno soltanto se la madre ha accumulato abbastanza grasso per affrontare l'inverno e l'allattamento. È la natura che sincronizza la nascita dei piccoli con il momento più favorevole dell'anno.

Con i primi freddi l'orso cerca una tana in luoghi inaccessibili e tranquilli, spesso cavità nella roccia. In Abruzzo lo svernamento va di solito dalla fine di novembre alla fine di marzo. Attenzione, però: non è un letargo vero e proprio. L'orso mantiene un buon livello di reattività agli stimoli esterni e, in giornate miti o con poca neve, può uscire dalla tana. È esattamente il motivo per cui, tra autunno e primavera, non ci si avvicina alle probabili aree di svernamento: un orso disturbato può abbandonare la tana e, se è una femmina, anche i cuccioli.

I piccoli — da 1 a 3 — nascono in tana tra dicembre e gennaio. Pesano appena 200–500 grammi e sono totalmente dipendenti dalla madre, che li nutre con un latte ricchissimo di grassi; in primavera, quando escono, pesano già 2–3 kg. Restano con la madre 2–3 anni, durante i quali lei non si riproduce: un investimento parentale enorme, che spiega quanto sia lenta la crescita di questa popolazione.

Corteccia di un albero da frutto con graffi obliqui di unghiate all'altezza del petto e ciuffi di pelo lanoso impigliati nella scorza

Quanto è pericoloso? Distanza di sicurezza e rischio reale

Qui serve chiarezza, perché è il terreno su cui circolano più leggende. La posizione del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise è netta e documentata: «Ad oggi nessun caso di aggressione è riportato per l'orso marsicano». Gli incontri ravvicinati sono stati più volte documentati, ma senza mai raccogliere evidenze o atteggiamenti di aggressione; le reazioni più comuni sono state la fuga o la curiosità, con l'orso che si alza in piedi guardando in direzione della persona.

«Nessun caso di aggressione» non è però sinonimo di «innocuo». Il Parco elenca con precisione le situazioni che possono stimolare l'istinto di difesa dell'animale, come accadrebbe a qualsiasi essere selvatico: la presenza di cuccioli nel caso delle femmine, un animale ferito, un orso disturbato in tana o un orso a cui vengono chiuse le vie di fuga. Sono queste le condizioni che vanno evitate, ed è per questo che la distanza conta.

Ed è proprio sulla distanza che occorre essere precisi, perché le fonti non dicono la stessa cosa. Le «Norme di comportamento» del Parco non indicano alcuna distanza numerica: sono cinque regole di buon senso, scritte in prima persona come se a parlare fosse l'orso — osservare senza avvicinarsi, tenere «un giustificato timore» senza troppa confidenza, allontanarsi con cautela in caso di incontro ravvicinato (di solito l'orso fugge), avvertire subito le Guardie del Parco o i Carabinieri Forestali vicino a un paese o a un pollaio, e non attirarlo con il cibo. Le cifre precise che spesso si leggono — restare oltre i 200 metri in campo aperto e non scendere mai sotto i 50 metri vicino ai centri abitati — provengono invece dal vademecum dell'associazione Salviamo l'Orso, non da una norma del Parco. È una distinzione importante: sono raccomandazioni di una ONG, autorevoli ma da citare per quello che sono.

Nel merito, il consiglio pratico è coerente ovunque. Se l'orso è lontano e non si è accorto della presenza umana, ci si può godere l'osservazione restando immobili e silenziosi; se si accorge di noi o se la distanza si riduce, ci si allontana con calma e discrezione, senza mai correre né voltare le spalle. In montagna, nelle zone frequentate dagli orsi, parlare a voce alta o fare rumore è una buona precauzione: un orso nelle vicinanze si allontanerà spontaneamente. E nell'eventualità — molto rara — di un contatto fisico, la raccomandazione è stendersi a terra a faccia in giù, con le mani intrecciate dietro il collo e le braccia a proteggere la testa, tenendo lo zaino indosso.

Va detto anche qual è il rischio reale, che raramente coincide con quello percepito. Nel territorio del Parco i danni dell'orso al bestiame e all'agricoltura sono nel complesso contenuti; ogni anno si registrano da 119 a 245 sopralluoghi per danni, per lo più a carico del patrimonio zootecnico, e vengono regolarmente indennizzati. Dove servono, i dispositivi di sicurezza come i ricoveri notturni e le recinzioni elettrificate riducono i danni anche del 100%. Il vero pericolo, insomma, corre più l'orso dell'uomo.

«Nessun caso di aggressione» non vuol dire innocuo: vuol dire che le regole d'oro funzionano, e vanno rispettate.

Una popolazione da poche decine: perché la cifra si muove

Se si cerca «quanti orsi marsicani ci sono» si troveranno numeri diversi, e non è un errore delle fonti: è la fotografia di un dato in aggiornamento. Conviene guardarlo come una serie storica, con l'anno e il metodo accanto a ogni cifra.

AnnoStimaIntervalloNote
2003–20064335–67Prime esperienze, stima preliminare
20084037–52Prima stima formale
20115147–66Nuova stima
20145045–69Ultima stima formale completa
2015–2023Solo campionamento opportunistico

L'ultima stima formale completa risale dunque al 2014 e indicava 50 individui, in un intervallo tra 45 e 69, limitatamente al Parco e alla sua area contigua. La valutazione della IUCN Italia, che classifica la sottospecie In Pericolo Critico, si fonda invece sulla stima del 2008, di circa 40 individui (37–52). Tra il 2015 e il 2023 non è stata prodotta alcuna nuova stima formale, solo campionamenti opportunistici. Per questo è scorretto spacciare un singolo numero come «quello attuale»: le fonti istituzionali parlano oggi, con prudenza, di poche decine di individui, indicativamente tra 40 e 50 nell'area centrale.

Il quadro sta per cambiare. Nell'ambito del progetto DigiTAP, finanziato dal PNRR, è in corso il primo campionamento genetico esteso e simultaneo su tutto l'areale, circa 6.000 km² divisi in quattro comprensori. A marzo 2026 si è conclusa la seconda fase: 854 campioni raccolti con una resa di analisi dell'81%, discussi a Roma da un centinaio tra rappresentanti di Regioni, parchi, Carabinieri Forestali e università. La stima aggiornata, però, non è ancora stata pubblicata: il progetto è entrato nella fase conclusiva. Fino ad allora, la cautela è d'obbligo.

Attenzione a non confondere due dati diversi. La conta annuale delle femmine con cuccioli ha registrato nel 2025 sette femmine con almeno 16 nuovi nati: un ottimo segnale riproduttivo, ma — lo dice esplicitamente chi la conduce — «questi dati non consentano di stimare il numero complessivo di orsi presenti nell'Appennino centrale». È un indicatore di natalità, non un censimento.

Sul fronte opposto pesa la mortalità. Nel periodo 2003–2024 sono stati rinvenuti morti 52 individui, in media 2,4 orsi l'anno: di quelli con causa accertata, il 50% per uccisione illegale (arma da fuoco, avvelenamento) e un ulteriore 30% per altre cause comunque legate all'uomo, come investimenti stradali e ferroviari o annegamenti. Il 2025 ha già visto tre decessi e la cattura di una cucciola orfana a scopo di reintroduzione. In una popolazione così piccola, con un potenziale teorico di oltre 200 orsi su un'area ben più ampia, ogni femmina persa non è un orso in meno, ma più di una generazione mancata.

Un orso bruno marsicano si nutre di faggiole tra le foglie cadute di una faggeta appenninica in autunno

Come si monitora: fototrappole, genetica e collari

Monitorare pochi individui elusivi su migliaia di chilometri quadrati richiede più tecniche insieme e più enti coordinati. Proprio per superare la frammentazione delle informazioni tra le singole aree protette, il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise e il Parco Nazionale della Majella hanno istituito, come previsto dal PATOM, una rete di monitoraggio interregionale per l'Abruzzo e il Molise che raccoglie e valida in modo standardizzato i segni di presenza — avvistamenti, escrementi, impronte, peli e trappole genetiche. La conta delle femmine con cuccioli, il protocollo cardine attivo dal 2006, si basa su osservazioni simultanee di numerosi operatori dislocati in punti strategici — per evitare doppi conteggi — affiancate dal fototrappolaggio, dalla verifica delle segnalazioni raccolte sul territorio e, quando serve, dalle analisi genetiche. Le fototrappole, qui, non sono un gadget, ma nemmeno il perno del censimento: il documento operativo della rete le prevede in due ruoli precisi — riprendere un avvistamento troppo rapido o incompleto, per stabilire per esempio l'età dei piccoli o riconoscere un gruppo familiare, e affiancare la trappola genetica sul grattatoio, così da verificare che i peli raccolti appartengano a un solo individuo ed evitare genotipi falsati dal mescolamento del DNA di più orsi. Il conteggio vero e proprio resta affidato all'osservazione diretta simultanea e al campionamento genetico.

Il secondo pilastro è il campionamento genetico non invasivo, che permette di identificare i singoli individui senza catturarli. Nel progetto DigiTAP si usano tre tecniche: le trappole a pelo (hair-snag), recinti di filo spinato intorno a un'esca odorosa che invoglia l'orso a lasciare ciuffi di pelo; i grattatoi (rub trees), alberi noti su cui gli orsi si strofinano per comunicare e marcare, dotati di filo spinato; e le trappole sui ramneti, nelle radure d'alta quota dove l'orso si nutre di ramno a fine estate. I campioni finiscono al Laboratorio di Genetica dell'ISPRA per l'identificazione individuale. È, per stessa definizione del progetto, il più grande sforzo di monitoraggio demografico mai realizzato per questa sottospecie.

C'è infine il monitoraggio dei singoli individui problematici, di cui si dirà tra poco, affidato ai radiocollari: quando un orso confidente viene avvistato più volte nei pressi di un centro abitato, i protocolli internazionali prevedono la cattura per dotarlo di un collare GPS-VHF e seguirne movimenti e abitudini.

Le fototrappole non sono un gadget: sono uno degli strumenti con cui ogni anno si conta la nuova generazione di orsi.

Orsi confidenti: il vero nodo della convivenza

Se un rischio serio esiste, non è l'aggressione: è l'abitudine. Il Parco distingue nettamente due figure, definizioni maturate con il progetto Life ARCTOS. L'orso confidente è quello che «non mostra evidenti reazioni in presenza dell'uomo come conseguenza di una ripetuta esposizione a stimoli di natura antropica senza conseguenze negative per l'orso stesso». L'orso problematico è invece quello che provoca danni o interazioni tali da richiedere un intervento gestionale immediato. Un orso può essere confidente senza essere problematico, ma la confidenza è il primo gradino: conviene prevenirla, perché può maturare in atteggiamenti problematici.

La prevenzione passa dal togliere all'orso i «premi» facili. Si tratta di «sanitizzare» i centri abitati: proteggere cassonetti dei rifiuti, orti e pollai per impedirne del tutto l'accesso, così che un orso di passaggio non trovi cibo e non impari a tornare. Anche mettere in sicurezza le strutture antropiche conta: nel 2025 due orsi di poco più di un anno sono annegati in un invaso artificiale dopo averne superato la recinzione, un episodio grave e — come sottolinea l'ISPRA — evitabile. Quando la prevenzione non basta e un individuo confidente entra comunque in paese, si interviene con il condizionamento negativo, cioè la dissuasione, per ristabilire nell'animale la distanza dall'uomo.

Una recinzione di filo spinato attorno a un'esca odorosa, con una fototrappola fissata a un tronco per la raccolta genetica non invasiva del pelo

Protezione rigorosa: cosa vieta la legge

L'orso bruno marsicano è tra i mammiferi più tutelati d'Italia, a più livelli. In Italia l'orso bruno è oggetto di protezione legale fin dal 1939. Oggi è «particolarmente protetto» dalla Legge quadro 157/1992 sulla fauna selvatica. A livello europeo compare dal 1979 nell'allegato II della Convenzione di Berna (specie rigorosamente protette) ed è incluso negli allegati II e IV della Direttiva Habitat (92/43/CEE), recepita in Italia dal D.P.R. 357/1997, tra le specie di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa. Tutte le popolazioni europee di orso, inoltre, sono nell'appendice II della CITES. Questa «protezione rigorosa» non è un semplice elenco di divieti: il quadro normativo nazionale ed europeo impone allo Stato italiano di assicurare alla specie uno stato di conservazione soddisfacente e impegna le Regioni ad attuare le azioni di tutela, gestione e monitoraggio. In pratica è vietato ucciderlo, catturarlo, disturbarlo deliberatamente o danneggiarne l'habitat, salvo deroghe eccezionali e strettamente motivate.

A questo impianto si aggiunge il PATOM, il Piano d'Azione nazionale per la tutela dell'orso bruno marsicano: è il principale prodotto di un Protocollo d'intesa sottoscritto da un ampio fronte di enti — dal Ministero dell'Ambiente alle Regioni Abruzzo, Lazio, Molise e Marche, all'ISPRA, alla Sapienza, ai parchi nazionali, fino a Federparchi, Legambiente e WWF Italia. Il piano non usa mezzi termini sulla posta in gioco: definisce il marsicano «la popolazione di mammifero più a rischio d'Italia e d'Europa», destinata a estinguersi in poche generazioni senza interventi concreti, e individua come priorità l'azzeramento della mortalità di origine antropica — «indubbiamente la principale minaccia alla persistenza» del nucleo — insieme all'espansione dell'areale, cioè il ragionare in termini di popolazione appenninica e non più di popolazione del solo Parco. Su questa stessa linea il piano è stato rinnovato per il triennio 2026–2028, con priorità dichiarata la riduzione drastica della mortalità di origine umana e il sostegno all'espansione della popolazione fuori dai confini del Parco.

Vale la pena ricordare, infine, perché tutto questo abbia senso anche in termini concreti. Uno studio pubblicato su Human Dimensions of Wildlife ha stimato in circa 11 milioni di euro il valore promozionale generato dall'orso marsicano sui media italiani tra il 2015 e il 2020, a fronte di circa 535.000 euro di danni nello stesso periodo: poco meno del 5% del valore prodotto. Un orso vivo, per l'Appennino, vale molto più di quanto costi.

Domande frequenti

Come si riconosce l'orso marsicano rispetto agli altri orsi bruni?

Dalla taglia contenuta (maschi 140–210 kg, femmine 95–150 kg), dal muso e dalla testa dalla forma particolare e da un'indole più docile. È inoltre geneticamente distinto dall'orso alpino del Trentino, che appartiene a un'altra sottospecie reintrodotta dalla Slovenia.

È pericoloso l'orso bruno marsicano?

Il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise afferma che «ad oggi nessun caso di aggressione è riportato per l'orso marsicano». Restano però situazioni da evitare — femmina con cuccioli, animale ferito, orso in tana o senza via di fuga — perché stimolano l'istinto di difesa. L'aggressione mortale del 2023 ha riguardato la popolazione alpina del Trentino, non il marsicano.

A che distanza bisogna stare da un orso marsicano?

Le «Norme di comportamento» del Parco non fissano una distanza numerica, ma indicano di osservare senza avvicinarsi e di avvertire le Guardie del Parco vicino ai centri abitati. L'associazione Salviamo l'Orso raccomanda di restare oltre i 200 metri in campo aperto e di non scendere mai sotto i 50 metri vicino ai paesi.

Quanti orsi marsicani ci sono oggi?

Poche decine. L'ultima stima formale completa (2014) indicava 50 individui, con un intervallo tra 45 e 69. Un nuovo censimento genetico su tutto l'areale ha concluso la seconda fase nel 2026, ma la stima aggiornata non è ancora stata pubblicata.

Quali segni di presenza lascia?

Impronte (con la posteriore simile a quella umana ma con il quinto dito più grosso), escrementi grandi come quelli di un grosso cane, peli lanosi lunghi 7–12 cm, pietre ribaltate anche di 80–100 kg e graffi obliqui sui tronchi degli alberi da frutto.

Le fototrappole servono a monitorare l'orso marsicano?

Sì. Il fototrappolaggio è uno degli strumenti della conta annuale delle femmine con cuccioli, insieme all'osservazione diretta e alle analisi genetiche. Il monitoraggio della popolazione si basa soprattutto sul campionamento genetico non invasivo con trappole a pelo, grattatoi e trappole sui ramneti.