Capita a chiunque tenga una fototrappola al margine di un bosco, su un vecchio cascinale o accanto a una parete rocciosa: nel cuore della notte lo scatto parte, e nel fotogramma c'è un rapace notturno. Testa grande, occhi frontali, sagoma inconfondibile. La domanda arriva subito — gufo reale, allocco, barbagianni? — e con essa il riflesso più comune: cercare il colore degli occhi o i ciuffi sul capo e chiudere la questione.
Il problema è che di notte la fototrappola lavora agli infrarossi e restituisce un'immagine in bianco e nero. Proprio il colore dell'iride — giallo nella civetta, arancio nei gufi, quasi nero nell'allocco e nel barbagianni — cioè uno dei caratteri più rapidi per distinguere una specie dall'altra, è la prima informazione che il fotogramma monocromatico cancella. Non è un difetto della singola macchina: è come funziona la ripresa notturna a infrarossi.
Questo articolo prende la cosa di petto. Sì, le cinque specie che più facilmente finiscono davanti a una fototrappola in Italia — gufo reale (Bubo bubo), allocco (Strix aluco), barbagianni (Tyto alba), civetta (Athene noctua) e gufo comune (Asio otus) — si riconoscono. Ma su un fotogramma notturno in scala di grigi l'onestà impone di dire quali indizi reggono e quali no, e di non promettere una certezza che il buio non concede. Chi legge la fototrappola per censire, gestire un fondo o semplicemente per curiosità ha bisogno esattamente di questo: sapere quando può dire «barbagianni» e quando deve fermarsi a «un rapace notturno di media taglia».
Di notte un gufo è più facile da sentire che da vedere
Vale la pena partire da un dato che spiazza chi si affida alla fototrappola: in Italia i rapaci notturni si censiscono soprattutto con l'orecchio, non con l'obiettivo. Il metodo standard è il punto d'ascolto con richiamo registrato — il playback — in cui si emette il canto di una specie e si annotano le risposte territoriali. Il monitoraggio invernale del gufo reale, per esempio, si concentra tra novembre e febbraio, «durante il periodo di massima attività canora della specie nella fase pre-produttiva», con i rilevatori appostati nelle prime ore di buio ad ascoltare o a stimolare una risposta. Come sintetizza il Parco Fluviale Sarca, «l'ascolto del canto è il più efficace metodo per individuare la presenza della specie».
C'è un motivo fisico. Il rapace notturno è costruito per non farsi né sentire né vedere. Uno studio pubblicato su *Interface Focus* (Royal Society) descrive tre adattamenti del piumaggio che rendono il volo quasi silenzioso: le seghettature sul bordo anteriore dell'ala, la superficie vellutata delle penne e la frangiatura del bordo posteriore, che insieme abbattono il rumore aerodinamico. Tradotto sul campo: un gufo reale «se non lo si vede volare non lo si può assolutamente individuare», tanto è silenzioso.
Ecco perché la fototrappola è un altro paio di maniche rispetto all'ascolto: non registra il canto, che è spesso l'indizio più diagnostico, e coglie l'animale in un fotogramma muto e monocromatico. È uno strumento prezioso — conferma la presenza, documenta un posatoio, sorprende un individuo dove nessuno lo aspetta — ma va usato sapendo che di notte lavora con metà delle carte in mano.
La fototrappola non sente il canto e non vede il colore: di un rapace notturno le resta la forma, ed è da lì che conviene ripartire.
Cosa resta e cosa sparisce su un fotogramma a infrarossi
Quando cala la luce, la fototrappola accende l'illuminatore a infrarossi e l'immagine diventa in bianco e nero. Il fotografo naturalista Will Burrard-Lucas, che ha fototrappolato barbagianni in Gran Bretagna con un sensore di movimento collegato a una reflex, lo spiega senza giri di parole: filtrando la luce visibile e lasciando passare solo l'infrarosso «le immagini finali sarebbero state convertite in bianco e nero». Da qui una regola semplice: tutto ciò che è un colore, di notte, non è affidabile; tutto ciò che è una forma, di solito, sopravvive.
Che cosa sparisce:
- Il colore dell'iride. È l'indizio più veloce di giorno e il primo a cadere di notte. Il progetto Snapshot Wisconsin, che gestisce una grande rete di fototrappole, lo dice quasi con rammarico a proposito del riflesso oculare degli animali notturni: «Peccato che le foto notturne delle fototrappole siano in bianco e nero e non si possano vedere queste differenze di colore».
- Le tinte sottili del piumaggio. L'allocco esiste in una forma grigia e in una rossiccia; le sfumature ocra e fulve del gufo comune o del gufo reale al buio diventano gradazioni di grigio indistinguibili.
Che cosa resta:
- La taglia e la sagoma d'insieme. Gli strigiformi hanno «una testa grossa in relazione al corpo e una coda abbastanza corta», una silhouette di facile identificazione anche in controluce.
- La postura. A posatoio tengono una posizione eretta, con il baricentro basso, diversa da quella dei corvidi che di notte possono trarre in inganno.
- La presenza o assenza dei ciuffi auricolari — con l'importante riserva descritta più avanti.
- La forma del disco facciale, soprattutto il cuore bianco del barbagianni.
- Il tono chiaro o scuro del piumaggio: il barbagianni, bianchissimo sotto, resta un'apparizione pallida anche in scala di grigi.
E il riflesso degli occhi? Qui c'è un'insidia in più. Come tutti i rapaci notturni, questi uccelli hanno dietro la retina uno strato riflettente, il tapetum lucidum, che di notte rimanda indietro la luce. «Qualsiasi tipo di flash, anche il debole lampo a infrarossi» delle fototrappole, può riflettersi su questo strato e far «accendere» gli occhi dell'animale. Sul fotogramma, insomma, gli occhi possono comparire come due dischi luminosi — ma è proprio questo bagliore a cancellare l'ultima traccia del colore dell'iride. Di giorno l'occhio è la carta migliore; di notte è quasi la prima a uscire dal gioco.
Di giorno il colore dell'occhio orienta; di notte, sul fotogramma a infrarossi, è quasi la prima cosa che sparisce.
I cinque protagonisti, come appaiono di notte

Ecco le cinque specie che più facilmente compaiono su una fototrappola italiana, lette non da manuale ma per come si presentano su un fotogramma notturno. La tabella riassume i caratteri che reggono al buio; il colore dell'occhio è riportato perché è il criterio diurno, ma va ricordato che è proprio quello che l'infrarosso non conserva.
| Specie | Lunghezza | Apertura alare | Ciuffi auricolari | Disco facciale | Occhi (di giorno) |
|---|---|---|---|---|---|
| Gufo reale (Bubo bubo) | 60–75 cm | 160–188 cm | Sì, grandi e scuri | poco marcato | giallo-oro/arancio |
| Barbagianni (Tyto alba) | 33–35 cm | 85–93 cm | No | bianco, a cuore | scuri, quasi neri |
| Allocco (Strix aluco) | 37–43 cm | 81–96 cm | No | tondo e completo, orlo panna | totalmente neri |
| Civetta (Athene noctua) | 21–23 cm | 53–59 cm | No | poco evidente, sopraccigli chiari | gialli |
| Gufo comune (Asio otus) | 35–37 cm | 90–100 cm | Sì, lunghi (ma abbassabili) | «V» bianca centrale | arancio o gialli |
Un dettaglio salta all'occhio: le aperture alari del barbagianni, dell'allocco e del gufo comune si sovrappongono quasi del tutto (fra circa 80 e 100 cm). La taglia da sola, quindi, non separa il terzetto di media misura; a farlo sono il disco, i ciuffi e gli occhi — e uno di questi tre, gli occhi, di notte non si legge. Gli unici due estremi netti sono il gufo reale, enorme (il più grande rapace notturno europeo, con un'apertura alare che sfiora 1,9 m e 1,5–2,5 kg di peso), e la civetta, minuta e tozza, lunga poco più di venti centimetri. Fra questi due poli, tutto si gioca sulla forma della testa.
Il barbagianni è, paradossalmente, il più facile da riconoscere proprio di notte. È l'unico titonide europeo — famiglia a sé rispetto agli altri quattro, che sono strigidi — e si riconosce «per i dischi facciali a forma di cuore, gli occhi neri, il petto bianco ed il dorso scuro». In una relazione di monitoraggio lombarda è descritto come «corpo snello... capo, privo di ciuffi auricolari, [con] un disco facciale cuoriforme molto marcato e bianco, con occhi piccoli e scuri». Quel cuore bianco e quel piumaggio chiarissimo restano leggibili anche in scala di grigi: sul fotogramma è spesso un'apparizione quasi bianca.
L'allocco è la specie più comune fra gli strigidi europei. Capo grosso e arrotondato, senza ciuffi, disco facciale completo bordato di color panna, e un carattere che di giorno è dirimente ma di notte svanisce: l'iride «totalmente nera». Esiste in forma grigia e in forma rossiccia, meno comune. Sta soprattutto nei boschi maturi, ma si adatta bene a parchi e giardini urbani.
Il gufo comune è il sosia più insidioso. Ha taglia e apertura alare simili all'allocco, ma capo con disco facciale segnato da una «V» biancastra al centro e, soprattutto, ciuffi auricolari ben sviluppati. Di notte, in volo, un altro segno aiuta: «il candore della parte inferiore delle ali in cui sono evidenti delle semilune nere». In inverno si raduna in dormitori comuni, anche di alcune decine di individui su alberi esposti al sole.
La civetta, infine, è inconfondibile per le proporzioni: piccola, «forme tozze, capo largo e appiattito – senza i tipici ciuffi auricolari del Gufo – occhi gialli e zampe lunghe». Il disco facciale è poco evidente, delineato da sopraccigli chiari. È la più «diurna» del gruppo: tipicamente notturna, può però essere attiva nel tardo pomeriggio e di prima mattina.

Ciuffi, dischi e sagome: la chiave che regge al buio
Se il colore salta, restano la forma della testa e la sagoma. Sono gli indizi su cui conviene costruire il riconoscimento notturno, a patto di conoscerne i limiti.
I ciuffi auricolari sono il primo bivio. Non sono orecchie, ma penne erettili: li hanno il gufo reale — grandi e scuri — e il gufo comune, mentre allocco, barbagianni e civetta ne sono privi. Sembra un carattere netto, e su un fotogramma frontale spesso lo è. Ma qui scatta l'insidia più importante di tutte, segnalata da chi studia questi uccelli da decenni: «quando i gufi sono tranquilli hanno la consuetudine di tenere i ciuffetti coricati sul vertice del capo, rendendoli così invisibili». Un gufo comune rilassato, con i ciuffi abbassati, può quindi sembrare un allocco. La regola pratica è asimmetrica: ciuffi visibili escludono l'allocco, il barbagianni e la civetta; ciuffi non visibili non escludono nulla.
Il disco facciale è il secondo indizio, e il più forte per una specie. Il cuore bianco del barbagianni è diverso dal disco tondo e completo dell'allocco, dalla «V» centrale del gufo comune, dal disco poco marcato e dai sopraccigli chiari della civetta. La forma sopravvive al bianco e nero meglio del colore; il cuore del barbagianni, in particolare, è una delle poche «firme» che una fototrappola conserva quasi intatte.
Restano taglia e sagoma d'insieme. Su un fotogramma con un riferimento di scala — un ramo, un palo, un davanzale — la mole del gufo reale o la piccolezza della civetta si leggono bene. Il guaio è il terzetto di mezzo: senza il colore dell'occhio e con i ciuffi eventualmente abbassati, distinguere un allocco da un gufo comune con i soli caratteri di forma è spesso arduo su un singolo scatto. Anche in volo la sagoma aiuta solo in parte: civetta e allocco hanno ali corte e tozze, poco adatte al volo prolungato; barbagianni e gufo comune le hanno più lunghe e agili. Il barbagianni in volo «dà spesso l'impressione di un grande uccello bianco» che perlustra i campi, mentre il gufo reale alterna «voli veloci e potenti con battiti d'ala poco profondi e lunghe planate».
Sul fotogramma notturno i ciuffi visibili dicono molto; i ciuffi assenti non dicono quasi nulla, perché possono essere semplicemente abbassati.
Occhi: il colore che l'infrarosso cancella
Merita un capitolo a parte il carattere che di giorno risolve quasi tutto e di notte è quasi inservibile. Una scheda comparativa della LIPU di Milano lega il colore dell'iride alle abitudini della specie: iride «molto chiara, per la visione diurna e crepuscolare (es. Civetta – occhi gialli); iride intermedia, per quelli che hanno abitudini sia diurne che notturne (es. Gufo – iride arancione); totalmente nera, per quei rapaci che sono attivi durante la notte (es. Barbagianni)». Ne esce una scala semplice: civetta gialla; gufo reale e gufo comune aranciati; allocco e barbagianni scuri, quasi neri.
È una chiave eccellente — di giorno, o con una buona foto a colori. Di notte la fototrappola la annulla due volte. Primo, l'immagine è monocromatica: un occhio giallo e uno arancione tendono allo stesso grigio. Secondo, il riflesso del tapetum lucidum può far comparire gli occhi come dischi luminosi, cancellando anche il contrasto fra iride chiara e scura. Il risultato è che il criterio migliore per separare allocco (nero) e gufo comune (arancio), o civetta (gialla) e gufo comune, è proprio quello che il fotogramma notturno non conserva.
Da qui una conseguenza operativa: se una specie si è lasciata fotografare anche di giorno o al crepuscolo, quando il colore c'è, quello scatto vale molto più di dieci fotogrammi notturni. La civetta, spesso attiva nel tardo pomeriggio, e più raramente il gufo di palude, offrono questa possibilità più delle altre.

Il resto del cast: assiolo, gufo di palude e i giovani
La rosa dei «soliti sospetti» non si chiude con cinque specie. In Italia si riproducono regolarmente nove strigiformi, più il gufo di palude presente come migratore e svernante. Due, in particolare, meritano una riga perché possono infilarsi nel dubbio.
- Assiolo (Otus scops): un piccolo gufo migratore, lungo appena 18–21 cm, presente in Italia settentrionale e centrale solo nella bella stagione, all'incirca da aprile a settembre. Rispetto alla civetta «presenta un capo più piccolo e squadrato, munito di piccoli ciuffi auricolari». Su una fototrappola estiva, un rapace notturno minuto con accenno di ciuffi è più probabilmente un assiolo che un gufo comune in miniatura. Il suo verso, un monotono e insistente «kiù», è talmente caratteristico da averlo reso celebre anche nella poesia.
- Gufo di palude (Asio flammeus): il fratello «dalle orecchie corte» del gufo comune, con ciuffi molto più ridotti e occhi gialli anziché aranciati. Frequenta le aree aperte e umide, soprattutto in inverno. La confusione con il gufo comune «costituisce spesso un banco di prova» per i birdwatcher meno esperti, e in volo si separano soprattutto per la sagoma delle ali, più lunghe e affusolate nel gufo di palude.
Un'ultima trappola sono i giovani. Un pullo di gufo comune ha «il tipico disco facciale nero», diverso dall'adulto; una civetta giovane, appena uscita dal nido, ha «una testa molto più piatta» dell'adulto, dai contorni poco definiti. Su un fotogramma estivo, un rapace notturno dall'aspetto «sbagliato» può semplicemente essere un individuo dell'anno.
D'estate un rapace notturno dall'aspetto «sbagliato» è spesso solo un giovane dell'anno, non una specie rara.
La voce, l'indizio che il buio non spegne
Se il fotogramma notturno perde il colore, c'è un canale che il buio non tocca: la voce. Per questo il canto resta, per molte specie, più diagnostico di uno scatto. Vale la pena tenerne un repertorio minimo in mente, perché spesso una fototrappola su un fondo convive con qualche uscita d'ascolto — e i due strumenti si completano.
- Gufo reale: un cupo «uh-ohh», udibile soprattutto nelle prime ore di buio; in fase di corteggiamento invernale «il maschio può emettere il suo profondo ululato per oltre un'ora».
- Allocco: il classico verso dei boschi dopo il tramonto, reso in inglese come «tu-whit... tu-whoo»; in realtà il suo repertorio comprende un breve richiamo di contatto e un distinto canto territoriale, ed è la specie con manifestazioni vocali praticamente tutto l'anno.
- Barbagianni: non un canto ma un soffio stridente, un verso «raccapricciante» che gli è valso in inglese il nome di screech owl. Attenzione: risponde solo di rado al richiamo e le sue vocalizzazioni «sono molto flebili e udibili solo a breve distanza».
- Civetta: una gamma di richiami acuti e miagolanti; il periodo di massima risposta va da febbraio ad aprile-maggio.
- Gufo comune: un «hu» profondo e sommesso, ripetuto a intervalli regolari; anch'esso «mostra scarsa risposta al richiamo» e va cercato soprattutto fra gennaio e marzo.
La voce, insomma, riempie i vuoti che il fotogramma lascia. Un rapace muto sullo schermo diventa molto più identificabile se, dallo stesso bosco, arriva anche un canto.
Il colore lo spegne il buio; la voce no. Per un rapace notturno spesso il canto dice più di un fotogramma.
Cosa dice la legge: tutte protette

Per chi mette una fototrappola questo capitolo non è teoria. In Italia nessuno dei rapaci notturni è cacciabile, e tutte e cinque le specie sono «oggetto di tutela secondo l'Articolo 2 della Legge 157/92», cioè fra quelle particolarmente protette. Il gufo reale è inoltre elencato nell'Allegato I della Direttiva Uccelli. La conseguenza pratica è netta: si osserva e si documenta, non si disturba — soprattutto i siti di nidificazione, tanto più che il barbagianni «è molto sensibile al disturbo umano».
Lo stato di conservazione, però, varia parecchio, ed è bene ancorarlo al tempo. Secondo le schede della Lista Rossa italiana (2012):
- Il gufo reale è Quasi Minacciato (NT): la popolazione nazionale, stimata in 250–340 coppie, sarebbe di per sé Vulnerabile per le piccole dimensioni, ma lo scambio di individui con le popolazioni alpine confinanti ne attenua il rischio. È estinto in Sicilia.
- Il barbagianni è formalmente a Minor Preoccupazione, ma il suo stato in Italia è giudicato «cattivo»: in declino dagli anni '80, con un calo che in Pianura Padana ha toccato punte del 50% e oltre. Nella provincia di Varese l'ultima nidificazione accertata risale al 1982.
- Allocco, civetta e gufo comune sono a Minor Preoccupazione e in Italia in stato favorevole; il gufo comune è addirittura in aumento, favorito dalla disponibilità di vecchi nidi di corvidi in cui riprodursi.
Un'annotazione operativa che dai monitoraggi torna spesso: per cercare un barbagianni su una fototrappola servono edifici idonei — cascine, fienili, silos — e quindi il consenso dei proprietari per accedervi. La specie evita i boschi e ama le pianure agricole ricche di prati e siepi.

Usare la fototrappola per sbagliare meno specie
Se il singolo scatto notturno spesso non decide, la soluzione non è comprare più fototrappole: è ottenere fotogrammi migliori e leggerli con la giusta aspettativa. Uno studio spagnolo che ha valutato le fototrappole ai nidi di rapace — l'astore, un rapace diurno, ma un analogo utile — è illuminante: le fototrappole hanno registrato il maggior numero di soggetti, ma «hanno prodotto la più alta percentuale di prede non identificabili a livello di specie», circa il 20% delle immagini, con i soggetti più piccoli come i più difficili. È esattamente il limite che ci si deve aspettare anche con i rapaci notturni: la fototrappola è ottima per rilevare una presenza, meno per chiuderla sempre su una specie.
Alcuni accorgimenti, tutti replicabili:
- Impostare video o raffiche, non lo scatto singolo. Più immagini per evento aumentano la probabilità che almeno un fotogramma colga l'angolazione utile — la testa di fronte, i ciuffi eventualmente sollevati, il disco facciale ben visibile.
- Puntare a un posatoio o a una cassetta nido, non al cielo. Il volo del rapace notturno è silenzioso e imprevedibile; un individuo posato su un ceppo o affacciato a un nido offre pose molto più leggibili. Il progetto di Burrard-Lucas ha ottenuto i suoi barbagianni proprio con un sensore di movimento puntato su un ceppo, lasciato in posa per mesi; in Ticino, l'associazione Ficedula trasmette in diretta la nidificazione delle civette con una birdcam dedicata.
- Sfruttare la luce diurna e crepuscolare. Uno scatto a colori, quando l'animale si lascia vedere prima del buio pieno, vale più di molti fotogrammi a infrarossi, perché restituisce il colore dell'occhio e del piumaggio.
- Non abbagliare gli animali. Chi fotografa questi uccelli sceglie l'infrarosso proprio per non disturbarne la sensibilissima visione notturna; per un sito di nidificazione è un accorgimento, oltre che etico, prudente.
- Affiancare l'ascolto. Dove si può, una breve sessione d'ascolto vicino alla fototrappola spesso risolve ciò che il fotogramma lascia in sospeso.
E la carta più solida resta il metodo: sapere che di notte la fototrappola conserva la forma ma non il colore, e leggere ogni fotogramma con questa consapevolezza, è ciò che separa un «rapace notturno di media taglia» onesto da un «allocco» sbagliato.
Domande frequenti
Come si distingue un gufo reale da un allocco su una fototrappola?
Soprattutto per la taglia: il gufo reale è enorme (60–75 cm, fino a quasi due metri di apertura alare) e ha grandi ciuffi auricolari scuri, l'allocco è di media misura (37–43 cm), con capo tondo e privo di ciuffi. Di giorno aiuta anche l'occhio — aranciato nel gufo reale, nero nell'allocco — ma di notte, in bianco e nero, quel colore non è leggibile.
Perché di notte è così difficile riconoscere la specie?
Perché con poca luce la fototrappola riprende agli infrarossi e produce un'immagine monocromatica. Il colore dell'iride, che di giorno separa bene le specie (civetta gialla, gufi aranciati, allocco e barbagianni scuri), sparisce; per giunta il riflesso del tapetum lucidum può far «accendere» gli occhi e cancellare anche il contrasto chiaro-scuro.
Quale rapace notturno è più facile da riconoscere al buio?
Il barbagianni. Il disco facciale bianco a forma di cuore, il piumaggio chiarissimo e gli occhi scuri lo rendono un'apparizione quasi bianca sul fotogramma, riconoscibile anche in scala di grigi.
I ciuffi sulla testa bastano per capire la specie?
Solo in parte. Li hanno il gufo reale e il gufo comune, non l'allocco, il barbagianni e la civetta. Ma i ciuffi si abbassano: un gufo comune tranquillo li tiene coricati e appare senza. Quindi ciuffi visibili escludono alcune specie, ciuffi assenti non ne escludono nessuna.
Si può usare una fototrappola vicino a un nido di rapace notturno?
Con molta cautela. Tutte le specie sono protette dall'art. 2 della Legge 157/1992 e il disturbo va evitato, in particolare il barbagianni, molto sensibile. Chi le fotografa sceglie l'infrarosso per non abbagliarle; per accedere a edifici privati dove nidificano serve inoltre il consenso dei proprietari.
La fototrappola o l'ascolto: cosa funziona meglio per i gufi?
Per molte specie l'ascolto del canto, con la tecnica del playback, resta il metodo di rilevamento più efficace. La fototrappola è complementare: documenta la presenza e talvolta chiude la specie, ma di notte, in bianco e nero, lascia più spesso il dubbio — il modo migliore di usarla è affiancarla all'orecchio.