trail.cam

Chi è passato di qui? Riconoscere i mammiferi dalle impronte, sulla neve e sul fango

Un'impronta di mammifero ben visibile nel fango di un sentiero di passaggio, con una fototrappola fissata a un tronco sullo sfondo puntata sullo stesso sentiero

La fauna selvatica ha come prima arma di salvezza il comportamento schivo: gli animali che ci interessano di più si muovono di notte, restano nel folto, ci evitano. Eppure, mentre vivono, lasciano segni ovunque. Un'impronta nel fango di una pozza, una pista che attraversa un lenzuolo di neve fresca, una fila di cuscinetti che scompare all'improvviso ai piedi di un albero: sono tutti biglietti da visita, e con un po' di metodo si imparano a leggere.

Questo articolo è una chiave da campo per le impronte dei mammiferi italiani. Non un elenco di record da manuale, ma un modo di ragionare: partire dal tipo di piede, restringere al gruppo — ungulati, carnivori, mustelidi, lagomorfi e roditori — e solo alla fine arrivare alla specie, aiutandosi con la pista, il substrato e, quando la traccia non basta, con la fototrappola. Le misure servono, e ne troverete molte, ma il numero da solo inganna: un'orma cambia con l'età dell'animale, con l'andatura, con il terreno e con il tempo trascorso. Conta sapere cosa guardare.

Due precisazioni utili fin da subito. La prima: il fango a grana fine e la neve fresca sono i migliori supporti in assoluto, perché registrano il dettaglio; la sabbia ne perde molto. La seconda: quasi mai la singola orma decide da sola. È la pista — la sequenza delle orme — a dare le informazioni che contano davvero, dalla larghezza al passo fino al modo di camminare.

Leggere un'impronta: dita, cuscinetti, unghie, zoccoli

Prima di dare un nome a un'orma conviene chiedersi che tipo di piede l'ha lasciata, perché è l'anatomia a spiegare la forma. I mammiferi si dividono in tre categorie:

Su questa base entrano in gioco i dettagli. Nei piedi «a cuscinetto» si contano le dita, si guarda la forma del cuscinetto centrale e — dettaglio decisivo — se ci sono o no i segni delle unghie: i cani e le volpi le usano per far presa e le stampano quasi sempre, i gatti e le linci le tengono ritratte nella guaina e non le imprimono mai. Negli ungulati contano invece gli speroni, i resti atrofizzati del 2° e 5° dito, piccole formazioni cornee poste dietro la zampa sopra lo zoccolo: restano impressi solo quando il terreno è molle o innevato, e la loro posizione è uno degli indizi migliori per separare due specie simili.

C'è anche un motivo fisico per cui i cuscinetti dei grandi carnivori non sono semplicemente quelli dei piccoli «ingranditi». Uno studio di biomeccanica pubblicato dal Journal of the Royal Society Interface (lavoro internazionale) mostra che, salendo di taglia, l'area del cuscinetto a contatto con il terreno non cresce alla stessa velocità della massa corporea — la pressione aumenta — ma in compenso aumenta anche la rigidità del cuscinetto: il piede si adatta cambiando insieme geometria e materiale. In pratica, un cuscinetto grande è anche più «duro», e questo si riflette in come e quanto si imprime sul terreno.

Prima di dare un nome a un'orma conviene chiedersi che tipo di piede l'ha lasciata: è l'anatomia a spiegare la forma.

Neve o fango: dove le tracce si leggono meglio

Le impronte sono segni transitori: durano poco, le cancella la pioggia, le ricopre il primo sole se sono nella neve, le rendono indecifrabili i passaggi successivi. Per questo il dove e il quando contano quanto il cosa.

I supporti migliori sono gli ambienti umidi, fangosi o innevati. Il fango liscio a grana fine registra un dettaglio straordinario; la neve fresca è forse il supporto ideale, perché memorizza ogni particolare e permette anche di seguire a lungo la pista; la sabbia, al contrario, restituisce contorni poveri. Il momento d'oro è dopo un'abbondante nevicata seguita da una giornata di sole: è la combinazione che i guardaparco sfruttano per i rilievi. Conviene però muoversi presto, perché con il bello il calore del sole allarga e deforma rapidamente le impronte.

Attenzione, perché la neve è anche una grande ingannatrice. La sua consistenza dev'essere giusta — né troppo alta, né troppo umida, né trasformata — altrimenti la traccia non rispecchia più l'andatura reale dell'animale; una neve deformata dal vento e scaldata dal sole dilata le orme al punto che «anche un esperto ricercatore può cadere in inganno». Sulla neve profonda la difficoltà è ancora maggiore: la ricercatrice Kristina Vogt del centro svizzero KORA ricorda che in quelle condizioni «è spesso difficile distinguere se la traccia è quella di una lince o di un camoscio».

Ecco perché la pista batte la singola orma. Da una sequenza si misurano il passo (la distanza tra due orme successive dello stesso piede), lo scarto (la distanza tra i due piedi posteriori) e la simmetria, e si capisce come si muoveva l'animale. Al passo tranquillo molti mammiferi posano il piede posteriore quasi esattamente su quello anteriore, lasciando una fila ordinata; al galoppo le zampe posteriori superano le anteriori e la pista mostra gruppi di quattro orme separati da ampi spazi vuoti, perché c'è un istante in cui l'animale è del tutto sollevato da terra. Una singola orma incerta, letta dentro la sua pista, diventa spesso leggibile.

La neve fresca registra ogni dettaglio, ma una neve deformata dal vento e scaldata dal sole inganna anche l'occhio esperto.

Ungulati: lo zoccolo fesso e la scala delle taglie

Confronto ravvicinato nel fango fine: un'impronta di canide ovale con le unghie ben marcate accanto a un'impronta di felide più rotonda e priva di artigli

Gli ungulati sono i più facili da inquadrare, perché lasciano l'inconfondibile impronta «fessa», con i due zoccoli separati. Il problema è distinguerli tra loro, e qui la chiave è una scala di taglie letta insieme a un paio di dettagli.

Il cinghiale è il più semplice da smascherare. La sua orma è tozza, a forma di trapezio, e soprattutto porta i speroni impressi ai lati, molto laterali e arretrati rispetto agli zoccoli, quasi sempre visibili anche su terreno piuttosto duro. È proprio questo il segno che lo separa da cervo e capriolo, nei quali gli speroni stanno in alto sulla zampa e si stampano solo se il terreno è molto molle — e, quando si stampano, non sporgono ai lati dell'orma. La misura è variabile: circa 6-9 cm di lunghezza per 5-7 di larghezza nell'adulto, molto meno nei giovani, con zoccoli arrotondati negli adulti e appuntiti nei piccoli.

Tolto il cinghiale, restano i cervidi e i bovidi di montagna, che si mettono in fila per dimensione e forma:

SpecieLunghezza orma indicativaCome riconoscerla
Cervo~7,5-9,5 × 6-7,5 cm (maschio)Ovale allargato, punta tronca e arrotondata; i cuscinetti coprono circa un terzo dello zoccolo
Daino~6,5-8 × 4,5-5,5 cm (maschio)Simile al cervo ma più piccolo e allungato; i cuscinetti arrivano a metà zoccolo, non a un terzo
Stambecco~7-10 × 6 cmRettangolare-bombata, zoccoli arrotondati; più grande e «piena» di quella del camoscio
Camoscio~6 × 3,5-5 cmRettangolare, zoccoli stretti, allungati e rettilinei, con bordo esterno inciso e dita divaricabili
Muflone~5-6 × 4,5 cmSimile al camoscio ma meno larga e meno appuntita, con le punte spesso divaricate
Capriolo~4-5 × 3 cmLa più piccola tra gli ungulati europei: a cuore rovesciato, zoccoli appuntiti e sottili

Qualche indizio in più aiuta a non sbagliare. Il camoscio ha sviluppato un piede da rocciatore, con suola morbida e zoccoli così elastici da sembrare separati, e imprime un bordo esterno molto netto; lo stambecco lascia una traccia più marcata e ravvicinata. Il camoscio e lo stambecco, come tutti gli ungulati di montagna, allargano molto le punte nel salto, e allora gli speroni compaiono anche a diversi centimetri di distanza dallo zoccolo. Il contesto, infine, orienta parecchio: un'orma «da capriolo» a 2.500 m di quota, su una pietraia, sarà con ogni probabilità di camoscio o stambecco.

Il cinghiale si tradisce da solo: i suoi speroni si stampano ai lati dell'orma anche sul duro, dove cervo e capriolo non li lasciano.

Carnivori: cuscinetto, unghie e la linea di marcia

Qui si concentrano le confusioni più famose, a partire da quella regina: lupo o cane? Le loro orme sono a tratti indistinguibili, e nessun singolo dettaglio dà una certezza assoluta. Alcuni parametri però orientano: l'orma di lupo è in genere più lunga che larga (all'incirca 8-12 cm) e più stretta di quella di un cane di pari mole, i cuscinetti delle due dita centrali sono spesso uniti da un «ponte carnoso», il cuscinetto centrale ha forma triangolare-lobata e le unghie, non retrattili, si stampano sempre. Ma il vero giudice è la pista: il lupo procede in linea retta, con determinazione, mentre il cane scarta di continuo a destra e a sinistra. Poiché questa coppia è trattata a fondo altrove, qui basti la regola generale e il rimando Impronte di lupo o di cane? E quando invece è uno sciacallo dorato per il confronto approfondito, incluso lo sciacallo dorato, la cui orma (6-7 cm, unghie sempre visibili) è intermedia tra quella di una grossa volpe e quella di un piccolo lupo.

La volpe condivide con il lupo l'impostazione canide, in piccolo: orma ovale e stretta, lunga circa 5-6 cm, con le due dita centrali ravvicinate e le esterne più arretrate, tanto che si può idealmente tracciare una linea tra le une e le altre senza toccare cuscinetti. Anche la volpe cammina in modo piuttosto lineare, spesso posando le zampe posteriori sulle orme delle anteriori.

I felidi giocano su un'altra regola. Il gatto selvatico e la lince appoggiano un'orma rotondeggiante senza segni di unghie, perché come tutti i felini le ritraggono quando camminano. Il gatto selvatico lascia un'impronta piccola (circa 4 × 3,5 cm), quasi identica a quella del gatto domestico ma un po' più grande, con anteriori e posteriori quasi uguali. La lince ripete lo stesso schema in grande — diametro oltre i 5 cm, quattro dita disposte in modo asimmetrico attorno a un cuscinetto trilobato — e mostra gli artigli solo su terreno ostile, ghiacciato o fangoso; anche la sua pista corre dritta. È un felide, non un cane: se l'orma tonda «senza unghie» è grande, e i salti sono ampi, si è probabilmente davanti a una lince.

Poi c'è l'orso bruno, che non si confonde con nulla. È un plantigrado: stampa cinque dita e i robusti artigli non retrattili, e l'orma posteriore ricorda vagamente un grande piede umano — con la differenza che il dito più grosso è quello esterno, non l'interno. Le misure sono imponenti (l'orma anteriore può superare i 20 cm) e il passo lungo, intorno agli 80-110 cm e oltre. L'unica avvertenza da manuale: l'impronta di un cucciolo d'orso può, per forma e dimensione, essere scambiata con quella di un tasso.

Tra i carnivori le unghie decidono: canidi le stampano, felidi le ritraggono — e il lupo cammina dritto dove il cane zigzaga.

Mustelidi: dal tasso «piccolo orso» ai piccoli saltatori

Impronte a confronto nel fango umido: quella tozza del cinghiale con gli speroni impressi ai lati, accanto a quella più stretta e appuntita di un cervo

I mustelidi sono un gruppo insidioso perché variano moltissimo di taglia, ma condividono un'anatomia a cinque dita e, i più piccoli, un'andatura a salti molto caratteristica.

Il tasso è il gigante plantigrado della famiglia e il più riconoscibile. La sua orma è larga, «simile a quella di un piccolo orso» — la classica «manina» — con cinque dita corte e allineate e unghie lunghe da scavatore che si imprimono davanti per 2-3 cm. Se la traccia è larga, con cinque dita in fila e unghioni robusti, non è un altro mustelide: è un tasso.

I mustelidi arboricoli di taglia media, faina e martora, lasciano invece un'impronta piccola e vagamente felina, ma con un dettaglio che il gatto non ha: le unghie si stampano. Anatomicamente il piede porta cinque dita, ma quello più interno spesso non compare, così a terra se ne leggono di frequente quattro. La differenza più utile tra le due è la peluria plantare: la faina ha cuscinetti nudi e imprime nitidamente, mentre la martora ha la pianta coperta di folto pelo, che «sfuma» i contorni della traccia. Distinguerle con certezza, soprattutto di notte, è però un mestiere a sé: Capriolo, cervo o daino? Riconoscere i tre cervidi sulla fototrappola entra nel dettaglio di questa coppia.

Gli altri mustelidi completano la scala verso il basso:

Molti di questi piccoli mustelidi si muovono a salti, posando le zampe posteriori esattamente sulle orme delle anteriori: ne risulta una pista fatta di coppie di orme ben distanziate, una firma di gruppo prima ancora che di specie.

Il tasso lascia una «manina» da piccolo orso con unghioni da scavatore: larga, a cinque dita in fila, non si confonde con nessun altro mustelide.

Lagomorfi e roditori: la Y della lepre, l'istrice e la nutria

Una larga impronta di tasso a cinque dita allineate, con lunghe unghie da scavatore impresse nel fango: la classica «manina» simile a quella di un piccolo orso

Chi si muove a balzi con le zampe posteriori più forti — lepri, conigli, scoiattoli, roditori — scrive sul terreno una firma tutta sua. La più celebre è quella della lepre: nell'andatura a salti le due zampe posteriori atterrano affiancate e davanti, mentre le anteriori toccano una dietro l'altra e più indietro, disegnando la tipica forma a Y, con la parte aperta rivolta nel senso di marcia. Le orme posteriori sono nettamente più lunghe delle anteriori (fino a 7-12 cm contro i 5 delle anteriori) e le unghie restano sempre impresse.

Il coniglio selvatico ripete lo stesso schema in miniatura: orme simili ma più piccole (anteriore circa 2,5 × 3 cm, posteriore circa 3 × 4 cm), con l'anteriore molto simile alla posteriore, e gruppi di impronte più ravvicinati rispetto alla lepre. Un secondo indizio arriva dagli escrementi: palline di 7-10 mm, e più in generale le fatte del coniglio sono più piccole (diametro 0,7-1 cm) di quelle della lepre (1,4-2 cm).

Due specie tipicamente italiane meritano una riga a parte. L'istrice (Hystrix cristata), il più grande roditore d'Italia, lascia un'orma plantigrada molto simile a quella del tasso: entrambe con cuscinetto interdigitale a tre lobi, ma nell'istrice la zampa anteriore mostra solo quattro dita (il pollice è atrofizzato) e le unghie si imprimono meno nettamente che nel tasso. Spesso, però, la presenza dell'istrice si rivela prima dalla traccia: dagli aculei persi durante la muta, peli modificati lunghi da 3 a 30 cm che — va detto — non vengono affatto lanciati, ma conficcati nel predatore «in retromarcia». È un animale ormai presente in quasi tutte le regioni italiane, con l'eccezione di Valle d'Aosta e Friuli-Venezia Giulia.

La nutria (Myocastor coypus), invasiva e legata all'acqua, lascia orme grandi e sbilanciate (posteriore fino a 12 × 7 cm) con le prime dita del piede posteriore unite da una membrana natatoria, e spesso una vistosa strisciata della coda nel fango; per la sua gestione e il suo riconoscimento conviene rimandare a una trattazione dedicata Nutria: danni ad argini e colture, e come monitorarla con la fototrappola. Chiudono il gruppo lo scoiattolo, che salta lasciando quattro dita nell'anteriore e cinque nel posteriore e firma la sua presenza con pigne e nocciole rosicchiate in modo caratteristico, e la marmotta, con orme di 6-8 cm dotate di forti unghie da scavo.

Chi salta con le posteriori — lepre, coniglio, scoiattolo — firma il terreno con gruppi di orme sfalsati: la forma della pista tradisce il gruppo prima ancora della specie.

Abbinare le tracce alla fototrappola

C'è un limite onesto a tutto questo: le impronte dicono che un animale è passato, raramente quale individuo era, e a volte nemmeno la specie con certezza. Come sintetizza una ricercatrice del MUSE di Trento, «impronte, peli ed escrementi a volte non bastano»: serve un occhio discreto e quasi invisibile, quello della fototrappola. Le due tecniche non competono, si completano — è il ragionamento «a cassetta degli attrezzi» che WildTrack, organizzazione internazionale di ricerca, applica al monitoraggio: la lettura delle tracce «funziona bene accanto al fototrappolaggio e all'identificazione del DNA da escrementi o peli».

L'esempio più pulito viene dall'ISPRA. Per monitorare il gatto selvatico nel Parco delle Foreste Casentinesi, i ricercatori non si affidano a un solo metodo: dispongono una griglia di stazioni, ciascuna con trappole per il pelo, una o più fototrappole che documentano fenotipo e comportamento, e transetti lungo i quali si raccolgono gli escrementi per l'analisi genetica. La combinazione compensa i punti deboli di ognuno: gli escrementi da soli sono difficili da attribuire, la fototrappola da sola non dà un dato genetico. È esattamente la logica che un privato può replicare su un fondo, in piccolo: usare le tracce per capire dove mettere la fototrappola, e la fototrappola per sapere chi lascia quelle tracce.

Su dove metterla, il terreno stesso suggerisce la risposta. I mammiferi si muovono lungo sentieri fissi: il cinghiale, grosso e pesante, apre la pista schiacciando erba e terreno, e quel corridoio viene poi percorso da tasso, istrice, capriolo, daino, volpe, lupo, faina. Un sentiero battuto è quindi il posto giusto sia per cercare impronte sia per puntare l'obiettivo. Il biologo Emiliano Mori, per riprendere l'istrice, consiglia di indirizzare le fototrappole «lungo i sentieri maggiormente battuti, soprattutto di notte» e di tenerle vicino ai siti di tana, non davanti, per arrecare meno disturbo.

Che è poi il punto etico, tutt'altro che secondario. Una fototrappola piazzata male, vicino a una tana o a una predazione, «altera la scena» e disturba la fauna; e i suoi sensori reagiscono a tutti, uomini compresi, con le relative questioni di privacy. La regola, riassume la ricercatrice del MUSE, è «usare e non abusare». Vale la pena aggiungere che la fototrappola migliora l'osservazione proprio perché l'osservatore non è presente e non altera il comportamento degli animali — a patto di conoscere le specie che si vogliono riprendere e di rispettare le norme.

Una pista di lepre nella neve fresca: le due impronte posteriori affiancate e in avanti, le due anteriori una dietro l'altra, a comporre la caratteristica forma a Y

Documentare una traccia

Trovata un'impronta interessante, il primo gesto non è calpestarla. La documentazione da campo richiede pochissimo: un taccuino, una penna, una macchina fotografica o uno smartphone e — fondamentale — un oggetto di riferimento per la scala, un righello o in mancanza una moneta, un portachiavi, una carta.

Per la fotografia valgono tre regole semplici. Mettere sempre l'oggetto di riferimento accanto all'orma, così le dimensioni saranno leggibili in seguito. Fotografare non solo la singola impronta ma anche l'intera pista, perché è da lì che i ricercatori ricavano le informazioni supplementari. E raccogliere più scatti da angolazioni diverse, con buona luce, senza coprire l'impronta con la propria ombra. Dove il terreno lo consente, un calco in gesso a presa rapida conserva la traccia in tre dimensioni: si pulisce l'orma, la si circonda con un anello di cartoncino, si cola l'impasto e si attende una ventina di minuti prima di sollevarlo.

Un'ultima raccomandazione, che vale sia sulla neve sia nel fango. Quando si segue una pista, la si dovrebbe risalire, mai percorrere nella stessa direzione dell'animale: seguirlo lo metterebbe in fuga e sotto stress inutile, tanto più se disturbato mentre caccia o presso una tana. Chi documenta bene una traccia — con la misura, la pista, magari qualche fotogramma della fototrappola vicina — trasforma un indizio incerto in un dato utile, e lascia il bosco come l'ha trovato.

Domande frequenti

Come si distingue l'impronta del lupo da quella del cane?

Sulla singola orma è quasi impossibile con certezza: l'orma di lupo tende a essere più lunga, più stretta e con i cuscinetti centrali uniti da un «ponte carnoso», ma nessun dettaglio è decisivo da solo. Il criterio che regge di più è la pista: il lupo cammina in linea retta e con determinazione, il cane scarta continuamente a destra e a sinistra.

Come si riconosce un cinghiale dalle impronte?

Dalla forma a trapezio e, soprattutto, dagli speroni impressi ai lati dell'orma, molto laterali e visibili anche su terreno duro; nel cervo e nel capriolo gli speroni stanno in alto e non compaiono ai lati.

Qual è il periodo migliore per cercare le tracce?

Dopo un'abbondante nevicata seguita da una giornata di sole, cercando la mattina presto per evitare che il sole allarghi e deformi le orme; in ogni stagione, il fango a grana fine delle pozze e delle rive è un ottimo supporto.

I gatti selvatici e la lince lasciano i segni delle unghie?

No: come tutti i felini ritraggono gli artigli quando camminano, così l'orma è rotondeggiante e priva di unghie; la lince li mostra solo su terreno ghiacciato o fangoso. I canidi, al contrario, stampano quasi sempre le unghie.

Il tasso e l'istrice hanno impronte simili: come si distinguono?

Sono entrambi plantigradi e molto affini, con cuscinetto interdigitale a tre lobi; nell'istrice la zampa anteriore mostra però solo quattro dita (il pollice è atrofizzato) e le unghie si imprimono meno nettamente che nel tasso.

Servono davvero le fototrappole se so leggere le tracce?

Le due cose si completano: le impronte indicano che una specie frequenta una zona e dove passa, la fototrappola conferma quale specie — e spesso quale individuo — e ne mostra il comportamento. È l'approccio integrato che usano anche i ricercatori.